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Che cos'e' il Premio Ava
L'Historia d'un O. Stampa E-mail

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Il romanzo "nel cassetto" della nostra mamma vide in realtà la luce a piccole puntate, negli anni 70, su Junior Dental, un periodico - inviato a dentisti e odontotecnici di tutta Italia, 20.000 copie circa - modernissimo per i tempi grazie all'intelligenza di Beppe Manassero, caro amico di famiglia, che lo creò e lo nutrì con firme note ed esordienti e con la grafica di giovani innovativi. La sua intuizione fu che i "professionisti dei denti" fossero annoiati dalle solite riviste tecnico-pubblicitarie del settore: ebbe ragione, perché qualche vecchio dentista (e molti clienti che hanno attenuato la loro ansia nelle sale d'aspetto leggendo JD...) ha ancor oggi il ricordo di tante pagine vivaci, raffinate e anticonvenzionali. In quegli anni abitavamo già a Trivero e la mamma, come usava ai tempi, teneva i rapporti con gli amici di Torino scrivendo lettere che, come potete immaginare, erano acute e brillanti non solo nell'aggiornare sulle vicende sue, di marito e figli, ma anche nel descrivere la vita della provincia biellese. Scriveva dunque spesso a Nicla e Beppe, non solo amici ma anche madrina e padrino di Attilio... e poteva forse "il Manassero", con quel suo fiuto così acuto non solo per gli affari ma anche per i talenti in attesa di scoperta, non deliziarsi per lo stile, l'ironia e la profondità di Alda Varvello? La tormentò quindi per mesi finché non la convinse a collaborare a Junior Dental... Così ci furono dapprima le divertenti cronache della svampita assistente di un dentista, poi i diari della frustrata moglie di un altro dentista... e poi, L'Historia di un O. Dove "O." sta ovviamente per Odontotecnico, giocando sull'assonanza con quella Histoire d'O. che allora era di gran moda. Ma L'Historia non fu una serie di "pezzi" umoristici: diventò per la mamma un vero e proprio impegno di accurata ricerca storica (e allora internet non c'era!) oltre che un appassionato viaggio nel suo stesso passato, nelle sue origini meridionali, nelle antiche e suggestive atmosfere del Nord e del Sud percepite dai racconti di nonni e suoceri. Image L'Historia si apre con un breve prologo che ci lascia in sospeso con una certa curiosità... perché in realtà è poi lo stesso epilogo, e solo alla fine lo comprenderemo. Ma subito inizia la storia vera e propria: di un ragazzo piemontese, Filippo, e in contemporanea di un suo coetaneo meridionale, Federico. E inizia nel 1862... “che i piemontesi sono arrivati fino in bassitalia” e che "si va, si viene, nessuna frontiera: siamo tutti piemontesi, ormai" e ancora: “Dacché è passato Garibaldi il mondo va sottosopra”. Potevamo dunque perdere l'occasione, in un anno affollato da tante belle celebrazioni dell'Unità d'Italia, di "rifilarvi" - proprio così avrebbe detto Ava! - almeno le prime tre pagine de L'Historia? No, non potevamo.

E se caso poi vi cogliesse bramosìa di leggere oltre? Provate magari a sollecitare anche voi qualche editore...

  Aldamaria, Alberta e Attilio Varvello


a.va (Alda Madeo Varvello)

 L’Historia d’un O.

Avvertenza: certi personaggi li ho inventati, d’accordo,

ma le cose sono andate sicuramente così. Press’a poco…

Per l’ultima volta il ragazzo attraversa il portico liberty della sua scuola. I tralci di frutta colorata, i medaglioni che esaltano le massime virtù, i busti dei fondatori baffuti, neanche più li vede. Cerca di battere un passo deciso per rimediare alla mollezza delle lunghe gambe, al ronzio delle orecchie rosse e calde. Entra nell’atrio e la tabella dei maturi è lì, davanti ai suoi candidi occhi celesti che corrono all’ultima colonna. Ci siamo. E’ fatta! Un sospiro lungo lungo gli raffredda le orecchie, gli corre per la schiena, gliela raddrizza, gliela stende, si sente crescere, lievitare, giganteggiare. Come un bambino corre da suo padre. Carlo, l’odontotecnico, è seduto al suo banco, indolente, innervosito, prende e posa a casaccio, ha la solita fitta allo stomaco, aspetta da ore che suo figlio arrivi con la notizia sicura. “Allora?” “Cinquantasei” “E’ andata bene…” “Credevo peggio” “E adesso?” “Adesso, cosa?” “Niente. Guarda qui. Due francesi hanno trovato il modo di far disegnare al computer i denti che mancano” “Ma papà, sarà fra cent’anni!” “D’accordo, ma non è straordinario?” “Se me la butta sul patetico…” pensa Attilio stringendo i denti “chi, adesso, avrà il coraggio di…”

1862

Filippo. Con la mantella sotto il braccio e le polacchette in mano, il ragazzo sta cercando di scendere le scale di casa sua più silenziosamente che può. Di sopra non lo possono sentire perché oggi magna Ida e la creáda*, ingannate da un freddo raggio di sole che s’è fatto strada nella nebbia, hanno deciso di battere le materasse. I colpi disordinati dei battipanni e il rumore dei carriaggi giù nella piazza l’hanno svegliato. Oggi è giorno di mercato. Il vociare, i muggiti, i richiami dovrebbero coprire i suoi passi, pensa il ragazzo. Perché il vero pericolo è giù… proprio, se vogliamo, sulla soglia della sua libertà. Accanto all’androne, prima dei due paracarri di pietra, c’è lo studio di suo padre: una porta nera con targa e batacchio d’ottone splendenti. Sarà aperta o chiusa, stamattina? Il ragazzo continua a scendere, cauto, un gradino alla volta e finalmente gli giunge, attraverso i battenti serrati, l’eco del noto borbottio grave, il tono da basso profondo della voce paterna, la solita litania autorevole che sale e scende, orecchiata mille volte “… nello stato di fatto e di diritto…” “… piena disponibilità della parte…” “… col mio consenso…”. Siamo all’inizio, c’è tutto il tempo. Tranquillo, siede sull’ultimo gradino, allaccia  gli scarponcini e con un salto è in strada. Pochi passi delle lunghe gambe, scansando animali e carretti ed è nel cuore della piazza, incuneato tra bovari e pastori e perditempo che stanno godendosi lo spettacolo offerto da Junot, il gavadent. Image“Tì, bel fìulìn, ven sì a deme ‘na man, per piasì” *. Lui si fa avanti, volonteroso. Afferra le braccia di Pinin, il garzone della locanda, gliele torce dietro la schiena, in un attimo lo riduce inerme. Junot è pronto. Tasta dentro la bocca di Pinin con le dita scarne, introduce un lungo ferro, subito si sente un urlo soffocato… ed ecco là Junot, l’artista, allontanarsi con uno scatto, saltellare intorno mostrando alti, in trionfo, ferro e dente insanguinati. Lo sdentato si affloscia e le braccia del ragazzo sono pronte a sorreggerlo, forti ma consolatorie, decise ma pietose. “Ti fa male, Pinin? Ne leveresti un altro?” “Nooo” mugola il disgraziato negandosi disperatamente, anche con la testa. Junot si rivolge alla folla col sorriso lieve del benefattore. “Visto? Niente dolore. Gnanca ‘na frisa*. A chi tocca?” Qualche ora dopo i rumori della piazza si sono smorzati, la folla s’è diradata e Junot parla assorto, mangiando pane e toma*, seduto sulla sedia dei suoi pazienti. Il ragazzo lo ascolta e nei suoi occhi celesti passano le strade maestre, i fiumi, le colline, i monti alti, le città grandi che l’altro gli racconta. “… credi a me, ragazzo, faccio una bella vita perché dappertutto la gente ha male ai denti. Posso andare dove mi pare. Adesso poi che i piemontesi sono arrivati fino in bassitalia chi mi trattiene più? Posso andare a Napoli, a Bari, fin nelle Calabrie. Dicono che lì ci sono i briganti, ma io me ne sbatto i ciappi*. Anche a loro capiterà il male ai denti, no? Con la vita che fanno… sempre per i boschi… Perché devi sapere, innanzitutto, che è proprio l’umidità che fa crescere i vermi nei denti. Peccato che, per andare lontano, mi ci vorrebbe un aiutante fisso. Mica posso chiedere, in ogni piazza, a questo e a quello e mica si trovano sempre dei giovani robusti e disposti come te. Ci sono certi che se la fanno addosso. Ma tu, come te la passi?” “Io sto in collegio… ieri m’han sospeso… mio padre non lo sa… ho detto che stavo male…” “Strano… perché t’han sospeso? Hai la faccia giudiziosa” “Per niente… avevo messo in giro i cicapui*… uno è finito nella cotta del padre superiore. Ce l’ha avuto nella cotta per tutta la messa”. Una risata straripante accoglie la confessione. “Tutto lì? Sagrinte nèn*. Beh, ti ringrazio per l’aiuto, ma adesso devo disgaggiarmi* a caricare il carro e a mettermi in marcia: domani voglio essere a Palestro. Che bellezza! Si va, si viene, nessuna frontiera: siamo tutti piemontesi, ormai. A proposito, ragazzo, come ti chiami?” “Filippo”. E negli occhi gli brillò una determinazione…

Federico. Scendendo lo scalone di casa sua il ragazzo doveva tenersi quasi aggrappato alle foglie di ferro battuto. I gradini di marmo erano stati lucidati all’alba dalla servente, a forza di gomiti, e c’era il rischio di precipitare fino al fondo. Tanta circospezione era dovuta nient’altro che agli stivali nuovi: suo padre glieli aveva portati da Londra la sera avanti. Dal piano di sopra gli giungevano gli squittìi acuti delle sorelle insediate nella stanza degli orinali. Fuori dal grande cancello spalancato un uomo scuro, con le brache di velluto nero, lo aspettava vicino ai cavalli. Portò due dita al berretto, mormorò un sommesso “Bacio le mani” e subito gli porse le briglie. Intrecciò le dita, lo aiutò a salire in sella e lo seguì caracollando. Lentamente si avviarono nella luce trasparente del primo mattino. Costeggiando un muro di pietre sommerso dai fichi d’india, il ragazzo gettò oltre uno sguardo. Gli occhi celesti saettarono sotto le ciglia ombrose. La bambina era lì. Correva allegra dietro un cucciolo: tutto un riso a fossette, tutto un ondeggio, uno sventolìo nelle ali del grembiulino inamidato, nel fiocco dei capelli, nel pizzo dei mutandoni che ricadevano sui piedini veloci. Pareva un angiolino. “Si sta facendo una bellezza, massaro, la vostra Immacolata… tra qualche anno sarà degna di un principe” “Vossìa vorrà scherzare. Sempre ‘na cafoncella è…” “Non è detto. Dacché è passato Garibaldi il mondo va sottosopra”. “Come dice vossìa” replicò asciutto l’uomo scuro, ma un lampo d’orgoglio gli sprizzò dalle fessure degli occhi. Federico si volse ancora una volta, lentamente. “Bella, bellissima, mia…” pensò.

1865

ImageFilippo. Il dondolio del carro lo cullava e, come sempre, lo intorpidiva. Steso sul fondo, sul saccone della biada, l’indolenza gli entrava nelle ossa, ma i pensieri, come sempre, viaggiavano nella sua testa per conto loro: parevano cose estranee, a sé stanti, che non poteva comandare in alcun modo. A tratti andavano all’indietro, a tempi lontani e la malinconia lo prendeva alla gola e poi, all’improvviso, facevano un balzo avanti nell’avvenire. E allora la speranza lo esaltava. Speranza che qualcosa di straordinario gli sarebbe accaduto, un giorno o l’altro, qualcosa che poteva realizzare d’un colpo tutti i suoi sogni: una piccola casa calda, un pentolone a cui attingere mestoli e mestoli di minestra  col lardo, un letto grande con materasse di lana gonfie e ben battute e una donna bionda piccola e tenera con soffici braccia che la sera lo avviluppavano con dolcezza. La voce di Junot, dall’alto del carro, lo riscosse. “Filippo, portalo tu per un po’. I stagh nen vàire bin* . Infatti scese pallido, quasi verde, tenendosi le mani incrociate sul ventre.“Povr’om*” pensò Filippo. Ormai gli succedeva sempre più spesso di chiamare lui a cassetta, o di fermarsi in casupole sperdute a chiedere una scodella di roba calda, o di non arrivare in tempo sulle piazze e, ultimamente, davanti a una bocca già spalancata, di passare la pinza nella mano ferma del suo aiutante. Era meglio così, piuttosto che stare a cincischiare tremando: il cliente aveva tutto il tempo di gridare a squarciagola e quando ti voltavi la piazza s’era svuotata e per quel giorno dovevi contentarti di pane e ricotta e andartene anche di fretta. Questi malesseri Junot se li portava addosso giusto da un anno, da quando erano usciti dagli stati del Papa. C’erano entrati con un lasciapassare, maldisposti da controlli su controlli e dall’arroganza dei soldati di Napoleone III, ma poi, allogatisi in una locanda per qualche giorno di respiro, Filippo col suo francese da collegiale e Junot con la sua parlata pomposa, avevano lasciato trascorrere i giorni e le settimane. C’era gente che veniva a cercarli da lontano e si presentava di buon mattino con bocche devastate, disposta a tutto pur di togliersi il tormento, ché già c’era quello delle febbri a farli patire. Così, sera dopo sera, Junot, contando l’incasso, veniva preso da un’allegria baldanzosa. “Cuntàcc*, l’avresti detto?” e davanti al suo viso cupo e al suo mutismo diventava perfino invadente farneticando “qui stiamo da re”.

... e qui vi lasciamo, in attesa di un editore, sperando che siate curiosi del seguito...

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* creàda =  cameriera. generalmente si usa per definire una vecchia cameriera di casa, quasi una governante

*  In piemontese: “Tu, bel ragazzino,vieni qui a darmi una mano, per piacere”.

*  In piemontese: “Neanche un pochino”. Letteralmente frisa = briciola

*  La toma è un tipo di formaggio piemontese delle vallate montane

*  Ciappi = italiano burlesco  dal piemontese ciap, letteralmente cocci, stoviglie, vasi di terracotta

*  Cicapui = frutti della bardana: lanciati sulle persone si appiccicano alle vesti o ai capelli, da qui il nome

*  In piemontese: “Non preoccuparti”. Letteralmente sagrin = dispiacere

*  Forma dialettale per “sbrigarsi, affrettarsi”

*  In piemontese: “Non sto tanto bene”.

*  In piemontese: “Pover’uomo”

*  Cuntàcc = vecchia esclamazione popolar


 
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