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Lisa Baggio Stampa E-mail

 

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La finestra murata

Premio Città di Borgosesia, 300 euro     

 

 

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Il Sindaco Alice Freschi, ha presentato il Premio Città di Borgosesia assegnato a Lisa Baggio


 

Motivazione della giuria: Lavoro pregevole sotto il profilo narrativo, buono nello stile, fantasioso nel contenuto: la padronanza della lingua si esprime anche nelle originali ripetizioni in crescendo che accentuano l'aumento progressivo delle emozioni, solo qualche ridondanza  appesantisce una narrazione originale e commovente.”

 

"Non trovi che sia affascinante quella finestra?"

"Piccola, è solo una finestra"

"Sì... ma una volta lì dietro c'era una stanza... Chissà che storia meravigliosa nasconde. Chissà perché l'hanno murata. Dietro una finestra murata c'è sempre una storia misteriosa. Magari una storia d'amore... non credi anche tu che sia così?"

Lui le sorride amorevole, con quel sorriso che le riserva ogni volta che arriva a comportarsi come una bambina. In realtà ama quel suo lato infantile e sognatore, lato che suscita in lui un incommensurabile bisogno di proteggerla, quindi tende sempre ad assecondarla in questi momenti. L'abbraccia, stringendosi al suo corpo nudo. Il finestrino dell'auto si è appannato durante le ore in cui loro sono rimasti in quel luogo, ma la finestra coperta di calce che sorge sul muro è perfettamente visibile ad entrambi. Una finestra ampia, decorata, che non avevano mai notato durante i lunghi soggiorni che si concedevano su quel fazzoletto d'asfalto. L'edificio di cui fa parte stride molto col resto di paesaggio; una casa romantica, con toni barocchi, che non si addice a quei magazzini di lamiera che la circondano. Ha un colorito pallido, sbiadito, come fosse appena uscita da un vecchio film. Lui non ama il romanticismo, non quanto lei almeno. Ma nei suoi occhi lontani sta vedendo incatenarsi storie di amori proibiti, di baci rubati, di silenzi dolorosi. Storie che ogni donna sogna, ma che rari uomini sono in grado di ricreare. La sua espressione sognante lo porta ad adorarla come non mai e sente il bisogno di entrare a far parte del suo sogno. Appoggia le labbra morbide ai capelli rossi di lei, accarezzandole un braccio.

"Sì, lo credo anch'io. Anzi, credo di sapere proprio la storia di quella finestra, sai? C'era una volta...                                                                                                                                 

                                                                                                                                                 

C'era una volta una casa. Una giovane donna. Il suo amore. C'era una volta una giovane donna che girava per la casa, pensando al suo amore. C'erano una volta lunghi capelli rossi che scendevano spettinati sulle spalle nude.  C'era una volta una vestaglia bianca che volava su delle gambe esili. C'erano una volta lacrime che scendevano su di uno splendido viso. C'era una volta una donna, la sua vestaglia, le sue lacrime. C'era una volta una finestra. Spalancò gli scuri, affacciandosi al piccolo balcone da cui le sue dita affusolate potevano sfiorare il grande albero sotto il quale aveva passato interi pomeriggi, a ripararsi dal sole cocente leggendo poesie. Galeotto fu il libro... Sospirò come solo una donna innamorata sa fare. Sospirò prendendo dentro di sé tutta la vita che quegli spazi interminati potevano darle. Sospirò gettando fuori tutto il dolore che aveva dentro. C'erano una volta una donna e i suoi sospiri. Aveva ancora addosso il calore delle sue mani. Aveva ancora i brividi sulla pelle. Il sole che la scaldava non riuscì a donare un briciolo di calore al suo cuore.  Lui era ancora sul letto. Quando lo aveva lasciato guardava fuori dalla finestra della camera. L'ampia finestra da cui lo aveva visto passeggare la prima volta, quella che aveva illuminato le loro giornate. Quei vetri offuscati avevano separato i loro sguardi, le loro mani. Avevano fatto crescere la magia di volersi senza potersi avere. Le prime settimane, dopo il loro primo, muto incontro, si erano susseguite così; Lui che veniva a trovarsi ogni giorno davanti a quella finestra, Lei che lo aspettava in trepidante attesa, col cuore in gola. Si fissavano per delle ore, premendo le loro mani contro quella trasparente parete divisoria; scrivevano brevi messaggi sul vetro appannato dai loro aliti, impossibilitati a sentire le rispettive voci. Poi, un bel giorno, Lui aveva varcato quella finestra, ed era diventato parte di Lei. Entrava proprio da lì il sole che all'alba illuminava i suoi capelli corvini,  beatamente addormentati sul guanciale, pregno del profumo della sua pelle. Appoggiato a quella finestra l'aveva per la prima volta guardata negli occhi dicendole che l'amava, con l'ultimo briciolo di sole che illuminava il viso di Lei e un'ombra scura a nascondere quello di Lui. I loro corpi si erano stretti, premendosi contro quei vetri che li separavano dal mondo intero, finché quelli stessi  non erano diventati il simbolo della loro unione. Facevano da schermo ad una realtà visibile ma impalpabile, di cui Loro non facevano parte. Come se in realtà quella finestra altro non fosse che uno splendido dipinto, rappresentante un verde e incontaminato paesaggio di montagna; un dipinto con la straordinaria capacità di mutare al mutare del mondo esterno. Stesi sulla pietra fredda del pavimento avevano guardato la pioggia scorrere su quel vetro, senza sentirne l'umidità. Avevano visto contadini passare senza condividerne la fatica.  Avevano osservato il tempo scorrere e le stagioni sovrapporsi, senza sentirne il peso. Avevano scorto corse di bambini senza capirne la gioia, in quanto l'unica fonte di gioia per Loro consisteva nel godere l'uno dell'altra. Pensavano che quella finestra li avrebbe protetti da qualunque cosa, dalla vecchiaia, dalle guerre, da tutto ciò che questo mondo crudele avrebbe potuto scatenarvici contro. Nessun anello, nessun documento a rappresentarli, solo una finestra. Bagliore di perpetua speranza che lasciava entrare perennamente luce: di giorno quella del sole, la notte quella lunare. Una finestra simbolo dell'appartenenza di due giovani che altro non avevano che loro stessi, che altro non sapevano se non amare, che altro non volevano se non vivere. Il loro amore, nato e cresciuto dentro quelle quattro mura spoglie, alimentato dalla luce di quel varco, sarebbe vissuto in eterno. E loro con lui. Come le sembravano sciocchi quei pensieri, adesso! Tutto così sciocco. Ora che nessuna decisione spettava a loro, ora che bastava una lettera con la firma di un sovrano sconosciuto a dividerli. Se non aveva saputo separarli quella finestra, come avrebbero potuto farlo un mucchio di parole scritte su una carta ingiallita? C'era una volta una donna. Una donna e la sua rabbia. Una donna e il suo dolore. No, amore mio, ti prego, scappa. Scappa, nasconditi, sei ancora in tempo. Stiamo qui. Ci chiuderemo qua, procureremo delle provviste e mureremo quella finestra. Non ci vedranno più. Nessuno verrà a cercarti qua, staremo bene. Ci nasconderemo in questa stanza finché non sarà tutto finito. Non farlo amore, anima mia, non voler sembrare coraggioso ai miei occhi. Sii codardo per me, te ne prego. Preferisco un codardo vivo che un combattente morto. Ti prego, non lasciarmi qui. Scese correndo le scale verso la camera, aggrappandosi alla labile speranza di essere ancora in tempo a fermarlo. C'era una volta una donna. Una donna e il suo respiro affannato. C'erano una volta una donna e la sua speranza. Spalancò la porta. Il vuoto. La stanza era terribilmente vuota. Il letto sfatto, la lettera lasciata a terra, le impronte dei loro corpi ancora calde sul materasso. Se n'era andato. Per sempre. Lo sapeva, sentiva dentro di sé quella consapevolezza; terribile, oscura consapevolezza che le cresceva dentro come un corpo estraneo. Una donna certe cose se le sente. Ha un intuito, un sesto senso che si accentua nel momento dell'innamoramento. Una donna certe cose se le sente. C'era una volta una donna. Una donna e il suo abbandono. Una donna e il suo ultimo, disperato, tentativo. C'era una volta una speranza svanita ancor prima di essere stata realmente messa a fuoco. Un'ombra familiare si stagliò contro il tramonto. Appoggiò le sue mani al vetro di quella finestra, mentre il suo alito offuscava l'ultima visione dell'uomo che amava. Si allontanava passo dopo passo, da lei, da quel vetro, dalla vita. Dalla vita che avevano progettato assieme, una vita che avevano consumato in quella camera da letto. I suoi passi sicuri erano troppo meccanici per risultare umani; la sua determinazione lo stava portando lontano: paese diverso, lingua sconosciuta. Mille modi per morire. Avrebbe dovuto sapere che Lui avrebbe risposto alla chiamata, il suo onore e il suo orgoglio erano troppo forti per accettare di sfuggire a quel destino. Si voltò solo un istante verso quel muro, un ultimo sguardo alla fanciulla che lo fissava da dietro la finestra; in quel frangente Lei poté giurare di aver visto una lacrima scendere dai suoi occhi neri. Poi sparì. La sua immagine svanì da quel vetro. C'era una volta un uomo. Un uomo e i suoi passi. C'era una volta una donna che guardava i passi del suo uomo susseguirsi spietati. C'era una volta un amore. C'era una volta un addio. Addio, cuore mio, addio per sempre. La finestra divenne d'un tratto uno specchio, al posto del ragazzo si concretizzò un'altra immagine di fronte a Lei. Il volto di una donna disperata, con gli occhi gonfi di pianto e i capelli arruffati. Il volto di una vedova. Per un attimo le sembrò di riconoscere un'Ofelia fra i tratti di quel volto. Il dolore che le era nato dentro da appena pochi minuti già rischiava di portarla alla follia. Lo sentiva salire ad offuscarle la mente, come una nebbia nera che le impediva di sentire, di vedere. Di vivere. Era forse questa la pazzia? Quello stato di totale e abbandonata incoscienza di cui aveva tanto letto? O era forse questo solo il primo stadio di quella che sarebbe stata la sua discesa nell'oblio? Cosa avrebbe trovato ad attenderla in fondo a quell'oblio? Sentiva la sua anima perdersi fra queste domande, il suo pensiero divenire ad ogni istante più confuso. Le parole si sovrapponevano insensate nella sua testa creando pensieri sconnessi. E quello stato non avrebbe potuto far altro che peggiorare. Non sapeva immaginarsi così, vecchia e pazza, con i lunghi capelli rossi ingrigiti e rughe di sofferenza a solcare il bel viso. Girare per il paese commiserata da tutti, un personaggio che le mamme avrebbero usato per impartire disciplina ai figli: "Bambini mangiate tutto o arriva la pazza della casa sulla collina!". Credevano che non sarebbero invecchiati mai. Che quelle mura avrebbero preservato la loro giovinezza in tutto il suo splendore. Ma questo valeva solo se erano in due, su di Lei sola non si sarebbe mai compiuta la magia. Si sarebbe consumata giorno per giorno, fino a scomparire. Prima la mente, poi il corpo. No, quello non sarebbe stato il suo futuro. Era ingiusto, per entrambi. Si alzò, determinata nella sua scelta, lasciando le impronte delle mani che Lui aveva tanto amato al posto di quel volto sconvolto sul vetro opaco. Con le dita tremanti scrisse poche parole sul retro della lettera che ancora giaceva a terra. Lettere sfocate dalle lacrime che cadevano loro addosso, sillabe semplici, monotone, quel tanto che bastava perché venissero comprese: "Lasciateci qui. Nessun funerale. Nessuna tomba. Lasciateci qui. E murate quella finestra". Si stese sul letto, sollevata, col foglio stretto in una mano; prima o poi qualcuno lo avrebbe letto. Si stese accanto alla sagoma lasciata da lui sul materasso, che ancora emanava calore in quella stanza che stava per divenire un sepolcro. Il sepolcro di un amore, di un ricordo, di due fragili anime. Poi, Lei si posò una mano sul ventre. Dolce, materna, la sua voce rimbalzò su quelle pareti tanto amate, che assorbirono le sue parole, rendendole immortali. Parlò al suo ventre, e al seme di un soldato che stava andando a morire. "Addio piccolo mio... Salutami tuo padre quando lo incontrerai". Chiuse gli occhi. "Ora dormi, creatura, dormi assieme me. C'era una volta..."                                                  

                                                                                                                                                     

"Che storia triste!" esclama la ragazza, rompendo il silenzio che per qualche minuto ha fatto da padrone dopo la fine del racconto; ma l'uomo a cui è riferito quel pensiero si è già addormentato. Si sente stranamente sola, stesa su quel sedile. Rivolge il suo sguardo alla finestra, immaginando il volto di quella ragazza ancora stesa su letto. Alla fin fine, hanno molto in comune. Alla fin fine lì, in quei luoghi così poco distanti e in quella determinata situazione, non è del tutto sola. Non è forse un ricordo il miglior modo per sentirsi vicini a qualcuno? Una strana brezza la porta a rabbrividire. Si stringe ancora un po' al corpo dell'amato, chiedendosi come possa il vento fare capolino all'interno dell'automobile. Quella brezza ha portato con sé qualcosa, una speranza, una luce. Ha schiarito le idee della giovane al punto che in un attimo tutto le sembra chiaro. Per una volta il suo futuro le appare radioso, semplice, fattibile e sente di potercela fare. Non è così difficile alla fine, la felicità non è un traguardo del tutto irraggiungibile. No, non getterà via il frutto del loro amore. Lei non sarebbe divenuta un'altra ragazza nascosta per anni dietro a un muro di paura. Lei no, non avrebbe cementato la loro finestra. Poi, come molti anni prima aveva fatto un'altra donna a pochi metri da lei, sorride, stringendosi le mani al ventre, e parla al corpo inerme che giace accanto a lei con una voce bassa, dolce, quasi un sussurro. Come se quelle  parole fossero troppo delicate per essere urlate; sente di dover portare rispetto a loro e a qualunque cosa l'abbia spinta a pronunciarle. Non ha bisogno che lui le oda, ha solo bisogno che escano dalla lunga prigionia che hanno subìto rinchiuse nella sua gola. Evadendo, lo fanno con grazia e sicurezza, installandosi come un marchio indelebile nella sua vita. Le tre parole più eccitanti e spaventose che abbia mai pronunciato: "Cris, sono incinta".

In quell'istante, un sorriso freddo si inarca dietro la finestra murata.

 
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