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Gaia Pedroncelli Stampa E-mail

 

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La scatola dei ricordi nebulosi

Premio Città di Varallo, 300 euro

 

Motivazione della giuria: Manca soltanto un intreccio più strutturato a questo ritratto di adolescente, il cui percorso di crescita interiore coinvolge il lettore grazie all'ottima resa del contesto attraverso immagini significative e con grande capacità espressiva e stile personale.

E  ci riempie di ottimismo.”

 Image

A diciotto anni tutti avevano dei sogni, ma quanti ragazzi riuscivano a realizzarli?

 

Molti avevano già visto i loro progetti cadere in mille pezzi, tramutarsi in

 macerie, così da essere costretti ad abbandonarli. Erano tempi duri per

 l’Italia, per imprenditori, pensionati, famiglie, per i giovani, ma soprattutto per i

 sogni. Per questo Eva non riusciva a credere in ciò che voleva, non riusciva

 più a credere in se stessa, mentre i suoi compagni di classe programmavano

 viaggi, compilavano iscrizioni per l’università, c’era perfino chi si metteva alla

 ricerca di un appartamento per andare a convivere con il proprio ragazzo.

 Invece lei, cosa voleva fare? Che progetti aveva? Lei non aveva nessun

 ragazzo con cui condividere qualcosa, a volte si guardava allo specchio e

 non sapeva riconoscersi, non era più quella bambina che correva spensierata

 per la piazza. Lei chi era? Chi stava diventando? I pensieri vorticavano

 confusionari nella sua mente, la venivano a visitare tutte le notti,

 accompagnati da mille punti interrogativi e da un vuoto che presto l’avrebbe

 divorata. Quanto odiava stare lì, impotente con gli occhi sbarrati a fissare

 quel maledetto soffitto: più lo fissava e più i pensieri diventavano morbosi e

 rumorosi nel silenzio di quella stanza buia, quel brusio veniva accompagnato

 da un suono muto, il suono che fanno le lacrime quando ti cadono dagli

 occhi. Stanca di starsene immobile a subire il peso delle sue elucubrazioni

 mentali, Eva si muniva di accendino e sigarette ed usciva sul terrazzo a

 guardare la luna che le dava un po’ di conforto. La luna c’era sempre, anche

 se a volte non la si vedeva oppure se ne poteva scorgere solo metà; era

 unica, sola al mondo, ma circondata da infinite stelle che le danzavano

 intorno, facendole compagnia. E lei? Si sentiva sola, anche se aveva amici,

 anche se conosceva un sacco di persone. Si sentiva persa, soprattutto

quando scendeva la nebbia su di lei. Eva usava dire così quando parlava del

 passato: “l’ho seppellito nella nebbia”. Poteva trattarsi del padre che non

 vedeva ormai da anni, oppure di un ex con cui aveva vissuto una storia,

 forse non così importante come aveva creduto inizialmente; in quella foschia

 nebulosa giaceva anche la maestra che la metteva sempre in castigo alle

 elementari, insieme a lei tutte le amiche che non si erano rivelate così tanto

 amichevoli. Cercava semplicemente di non pensarci, però c’erano quelle notti

 in cui avrebbe voluto dormire, ma i sogni ed il presente sembravano

 scivolarle dalle mani, lasciando spazio a dubbi e ricordi, che se ne stavano lì

 fino ad un attimo prima ammassati nella nebbia, come chiusi in una scatola

 dal coperchio impolverato. Quando si metteva così, sul balcone si portava

 anche il suo quaderno e scriveva, perché era quello che lei amava fare. Le

 piaceva scrivere, liberare su carta ciò che sentiva, con parole che a voce

 nemmeno le venivano. Fin da bambina era stata affascinata dalla scrittura,

 aveva sempre ammirato coloro che ce l’avevano fatta, lasciando che milioni

 di persone leggessero le loro pagine, i loro sentimenti. Lei invece non riusciva

 a mostrare quel lato di sé al mondo, si bloccava anche quando ne parlava.

 Eva veniva spesso definita una logorroica, o meglio una radio umana, ma

 bastava chiederle dei suoi sogni e del futuro perché si spegnesse

 lentamente, cominciava ad inciampare nelle sue stesse parole, alle volte

 anche balbettando, imbottendo le frasi di intercalari, ma senza dare mai una

 risposta precisa. Era più forte di lei e non sapeva spiegarselo: forse era solo

 un’adolescente che della vita credeva di non sapere nulla, o forse quella era

 solo una stupida scusa.

 Un giorno sarebbe andata via da lì, al momento della partenza si sarebbe

 voltata con un sorriso, senza più vedere la nebbia che per tanto tempo aveva

 avvolto i suoi ricordi più dolorosi, avrebbe visto un paesaggio caratterizzato

 da quei monti che l’avevano ospitata fin dal giorno della sua nascita e che

 prima o poi sarebbero diventati parte del suo passato. Girandosi verso la sua

 prossima meta avrebbe potuto vedere il sole, pronto a scaldarle la pelle e ad

 invitarla ad andare avanti. Questi erano i suoi due sogni: scrivere e partire.

 Una volta le avevano detto che chi non viaggia diventa un fossile, lei non

 voleva fossilizzarsi lì, in quella cittadina.

 Peter queste cose le sapeva bene; lui che con Eva ci aveva passato un

 sacco di ore a parlare, tra panchine e vicoli, perché lui la sapeva ascoltare,

 capiva il casino che lei aveva in testa. Quell’estate dopo aver passato la

 serata al pub con il resto della compagnia, quando la notte era ormai inoltrata

 e i loro coetanei si dirigevano verso casa, barcollanti e con l’alcol ancora in

 corpo, Peter ed Eva andavano “Ai Tini”, tutti chiamavano così quel posto in

 cui si trovava una piazzetta ricoperta di ciottoli, circondata da un porticato; si

 chiamava appunto, Piazza dei Tini. Di pomeriggio i bambini ci giocavano a

 campana oppure a palla, si divertivano ad andare in “missione segreta”

 tentando di esplorare il sottoscala che portava alle cantine dei condomini

 circostanti. Dopo qualche anno e dopo aver incassato le prime tristezze e le

 delusioni che solo la vita sa procurare, si erano spostati dalla piazzetta al

 porticato; se ne stavano seduti per terra o sui muretti, i pantaloni col cavallo

 basso, il cappellino calcato sulla fronte ed una bottiglia di birra in mano,

 comprata al discount il pomeriggio stesso.

Il motivo per cui i bambini si spingevano ad esplorare quell’angusto

 sottoscala era che lì si poteva trovare ogni cosa mai vista dai loro occhi e mai

raccontata dai loro genitori. Le loro scoperte andavano dai mozziconi delle

prime sigarette di tredicenni che si credevano emancipati, ai pacchetti di

merendine ormai vuoti, consumati nei pomeriggi di pioggia. A osservare

meglio, c’erano cocci e vetri di bottiglie di vino e vodka, mozziconi di canne

rollate in momenti di compagnia tra una risata e l’altra, a volte ci si trovavano

anche siringhe, di certo non buttate da qualche adolescente, ma forse dai

tossici che insieme ad esse, avevano buttato i loro progetti e le loro speranze

in quel vicolo, diventando così “il cattivo esempio”, diventando quelle persone

da cui i ragazzini avrebbero dovuto stare distanti. Invece, dei baci dati di

nascosto, lontani da occhi indiscreti, non era rimasta traccia. Quel luogo era

carico di storie altrui, Eva osservava ogni particolare con i suoi occhi color

nocciola, avrebbe scritto a lungo dei Tini e di tutto ciò che ci gravitava

attorno, ne era affascinata. A volte ci andava da sola, ascoltando la musica

con l’mp3, se ne stava accovacciata sugli scalini, guardandosi in giro,

nell’attesa di Peter. Quando lui arrivava, a volte tirava fuori dalla tasca un po’

di quell’erba tanto criticata e criminalizzata.

“Hai cartina e filtro?” le chiese mentre la sbriciolava in mano mischiandola al tabacco

di una sigaretta spezzata. Con un movimento svelto, Eva mise la mano nel reggiseno e

poi gli porse il “kit” richiesto, lui lo prese, le schioccò un bacio sulla guancia dicendo

“Grazie Ciccia”, poi girò lo spinello. Dopo qualche tiro Eva vedeva già i suoi problemi

scemare, li buttava fuori insieme al fumo. Riusciva a vedere tutto più nitido, la

nebbia e l’ansia che invadevano la sua mente non c’erano più, aveva gli

occhi rossi, ma per una volta non era colpa dei troppi pianti. Le sere in cui

fumava riusciva ad addormentarsi col sorriso, senza pensieri negativi, il suo

sonno era senza incubi, senza risvegli drammatici all’insegna delle urla.

Anche se spesso sentiva nella testa la voce di sua madre: “non voglio una

figlia tossica”, che cosa avrebbe pensato di lei? Non avrebbe capito. Eva

pensava che anche il caffè, la melissa, la camomilla si trovavano in natura e

anch’esse avevano delle proprietà benefiche, ma se si tende all’eccesso con

la marijuana, gli effetti benefici svaniscono e ci si perde, lei non voleva

smarrirsi per sempre. Le bastava assaporare un po’ di quella pace e di quella

tranquillità, solo qualche volta. In quei momenti non voleva pensarci; aspirava

il fumo, mandava giù e volgeva uno sguardo alla luna, compagna delle sue

nottate solitarie in terrazzo.

Quando cominciava a farsi così tardi da dirsi presto, Peter si offriva di

accompagnarla a casa, le prendeva la mano e si incamminavano tra vicoli e

strade deserte. Quando arrivavano a metà strada, la gran parte delle volte

decidevano di sedersi su una panchina gialla che stava sulla via che portava

a casa di Eva, per chiaccherare ancora un po’. Quella panchina sembrava

invitarli a sedersi e lì il tempo, i numeri, i cellulari che squillavano non

contavano più, proprio come i pensieri e i problemi che se ne stavano in

disparte mentre loro due erano chiusi in un abbraccio. In quei momenti Eva

appoggiava la testa sul petto di Peter, tendeva l’orecchio e ascoltava il battito

veloce del suo cuore, poi alzava lo sguardo e vedeva quegli occhi, che al

buio sembravano semplicemente di colore castano chiaro, ma lei sapeva che

con la luce del giorno se ne potevano cogliere le mille sfumature, dal grigio al

verde, fino al castano. Le piaceva osservare quegli occhi variare di tonalità,

come a lui piaceva ascoltare lei, quando prendeva dalla sua borsa il

quaderno delle poesie e cominciava a leggere. A volte dopo lunghi discorsi

con lui, si metteva a cercare freneticamente la penna tra i meandri della sua

borsa, per annotare frasi, spunti per nuove poesie o racconti. Allora lui

cominciava ad improvvisare canzoni rap, faceva freestyle mentre lei lo

registrava con il cellulare. Lui le parlava della sua musica, del Rap e degli

artisti che amava, aveva mollato la scuola a sedici anni e lavorava un po’ qua

e là come pizzaiolo, cameriere, lavapiatti, giardiniere, quello che trovava

insomma, ma in testa aveva solo la musica. Eva gli parlava della nebbia e del

suo passato, gli raccontava degli incubi e delle notti insonni all’insegna dei

pianti, di tutte quelle cose che nascondeva a tutti gli altri, vestendosi di sorrisi

smaglianti.

Peter la incoraggiava sempre, diceva che lei avrebbe dovuto credere nei suoi

sogni e in se stessa, proprio come si sforzava di fare lui, ma a lei non

sembrava una cosa facile. Una volta lui le disse: “Eva tu sei una su un

milione, guardati in giro, io non ne vedo di gente come te, l’aria è piena zeppa

di persone che hanno tutto, forse sono addirittura viziate; loro vivono sotto

una campana di vetro, circondati da tutti quelli che li amano, pronti a

sorreggerli e a pagare per ogni loro sbaglio. Anche tu vivi sotto una campana

di vetro, ma intorno a te ci sono solo i sogni di cui vivi ma che hai paura di

realizzare, lì ci sono le tue poesie, le fotografie che scatti, i libri che leggi e i

viaggi che pianifichi. Ma hai paura di raccogliere queste cose una ad una, hai

il terrore che la campana si frantumi e che i suoi frammenti ti sfregino. Tu non

hai il Papi che paga per ogni tuo sbaglio, per ogni tuo sogno. Invece hai una

madre che nonostante tutto ti vuole bene, che si è sacrificata per te, lei si è

fatta il mazzo per crescerti da sola e tu hai una sola possibilità e sai che non

devi buttarla, tra un mese andrai in quinta superiore e l’anno prossimo avrai

gli esami di maturità, ti cercherai un lavoro, risparmierai e poi deciderai cosa

fare, dove andare. Tu sei una che dice molto, che ha molto da dire, allora fai

parlare di te, fatti conoscere con le tue poesie! Trova un po’ di coraggio, Io

capisco che sei cresciuta qui, queste montagne ti opprimono ed ogni cosa la

vivi con stress, per questo a volte ti vengono le crisi. Ma se io fossi come te,

sarei fiero di me stesso, devi essere fiera di te e se un giorno avrai

l’impressione che la campana si stia per frantumare, tu chiamami, ne

parleremo e proveremo a sistemare le cose con lo scotch!” Mimò il tipico

gesto di srotolare un grande pezzo di nastro adesivo, cercando di

appiccicarlo sulla campana di vetro immaginaria soprastante a lui e poi si

mise a ridere di gusto. Lui era così, sapeva essere serio ed allo stesso tempo

scherzoso, sapeva metterle sotto gli occhi le cose come erano e come lei non

voleva vederle e soprattutto era capace di farla ridere sempre e lei non

poteva fare altro che stringerlo a sé ed abbracciarlo forte, poi lui iniziava a

farle il solletico e a stuzzicarla dicendo: ”Dai signorina alza il culo che

andiamo a casa!” Si prendevano la mano e cominciavano a camminare,

ridendo, saltellando e cantando, proprio come due bambini, due bambini da

poco maggiorenni. Quelle notti erano giovani proprio come loro, due amici

che con il tramontar del sole sembravano qualcosa di più, qualcosa che non

sarebbero mai stati, perché in certe storie non è necessario il “To be

continued ” e nemmeno il lieto fine, perché a volte le continuazioni rovinano i

momenti iniziali. Era semplice, su quella panchina stavano così vicini da poter

credere di non essere più soli, ma poi ricominciava un nuovo giorno,

riportandoli alla realtà.

 Una settimana prima dell’inizio della scuola, lui fece una delle cose che lei

avrebbe voluto fare da sempre: partì, andò a cercare lavoro altrove, lasciando

i suoi amici ad aspettarlo. A Eva lasciò un ciondolo al collo ed un abbraccio,

lei in cambio gli diede un block notes su cui poter scrivere le sue canzoni rap.

Sulla prima pagina il ragazzo trovò una poesia che aveva scritto lei,

s’intitolava “Panchina Gialla” e parlava di loro. Forse un giorno Peter

l’avrebbe riletta dopo tanto tempo e avrebbe potuto ricordarsi di quei momenti

con un sorriso.

 Il tempo scorreva ed ormai Eva aveva notizie di Peter solo tramite gli altri

ragazzi della compagnia dei Tini o tramite qualche suo sporadico sms, inviato

durante attimi di malinconia. Le chiedeva come andava con la campana di

vetro, ma col tempo quei messaggi diventarono sempre più rari. D’altronde la

vita andava avanti: per lui, per lei, per i Tini, per la panchina gialla, per tutti

insomma. Quel ciondolo che portava sempre al collo prese posto in una delle

sue scatole, insieme ai ricordi di quelle chiacchiere al buio. Sì, le aveva

messe via, come avrebbe fatto con un libro, uno di quelli belli, di cui avrebbe

ricordato la trama e forse anche le frasi migliori. Lo fece senza alcun

rimpianto, ma semplicemente con un lieve sorriso. Vicino al ciondolo, nella

scatola giacevano il pacchetto con le cartine lunghe e la carta da filtro, non

ancora utilizzate. Aveva capito che per trovare se stessa non era necessario

perdersi, avrebbe dovuto sforzarsi di trovare la serenità dentro di sé senza

più cercarla in una canna d’erba, senza addentrarsi in quel tunnel in cui

presto si sarebbe smarrita. Avrebbe messo via anche la panchina gialla se

avesse potuto, ma quella se ne stava impiantata nell’asfalto, solida e

sgargiante anche durante l’inverno grigio come i suoi pensieri. Ogni mattina

di nebbia Eva ci passava davanti e quella visione donava un po’ di colore alle

sue giornate, proprio come il ciondolo di Peter dava colore a quella scatola,

piena di ricordi nebulosi.

 
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