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Federica Papagni Stampa E-mail

 

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Dopo tutto c'è soltanto una razza: l'umanità.
Premio ex aequo Rotary Valsesia,  150 euro

 

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Il Vicepresidente del Rotary Club Valsesia premia Federica Papagni e Cecilia Azzarito

Motivazione della giuria: ”un positivo messaggio di amicizia scaturisce dall'ottima caratterizzazione dei due personaggi e dalle dinamiche di gruppo: l'analisi psicologica è sostenuta da un linguaggio semplice ma non banale, efficace e adatto all'ambientazione”

 

E’ un caldo pomeriggio di primavera, io e Niccolò scorrazziamo con i nostri motorini per tutta la città, come di consueto, quando improvvisamente ci avventuriamo in una strada poco trafficata e periferica. Riconosco la via, e dico:“Nico! Fermati un attimo! Voglio farti vedere una cosa!” Parcheggiamo i motorini e ci avviamo a piedi per la via. Anche Nico si ricorda di questo posto. Ci fermiamo a pensare, e mi sorge spontanea una domanda. Ma quanto passa veloce il tempo? Sembra ieri il giorno in cui…

 

…“Kian,” sento la mamma che mi chiama. “E’ ora di andare,” mi dice. Fra poche ore saremo in Italia, e finalmente potrò riabbracciare papà che è da più di tre anni che non vedo. E’ il mio primo viaggio al di fuori dell’Albania, il mio paese natale. Partiamo per non tornare,  partiamo per cambiare vita. L’hostess ci fa accomodare e ci augura buon viaggio. Arrivati all’aeroporto viene a prenderci papà che finalmente ci abbraccia. Vedo il sorriso nei suoi occhi, non come quando è partito dall’Albania. Ci porta a casa, un piccolo e spoglio appartamento alla periferia di Busto Arsizio. La mamma e il papà sono contenti. Qui in Italia potremo stare tutti e tre insieme e vivere una vita dignitosa, potrò frequentare la scuola, imparare a leggere e a scrivere e magari un giorno diventare qualcuno. Sì, certo sono tutti dei bellissimi sogni, ma la lingua? Io non conosco nemmeno una parola di italiano. Papà lo parla, ma con molte difficoltà e incertezze. I primi giorni passati in questo nuovo paese sono traumatici. Passeggio nel parco con i miei genitori, ma non capisco niente di quello che mi circonda. Manca poco all’inizio della scuola e man mano sento l’adrenalina salire, mi ricordo il mio “vero” primo giorno di scuola in Albania, piangevo perché non volevo entrare a scuola e lasciare fuori la mamma. Ma adesso ho quattordici anni e queste scene, in prima superiore, non si possono più fare.

 

Finalmente comincia la scuola, lì potrò imparare questa nuova lingua. Il primo giorno gli insegnanti mi accolgono e cercano di spiegarmi come funziona la scuola, rimango affascinato da tutto. Alcuni compagni sono curiosi nei miei confronti, alcuni si presentano e mi insegnano a dire “Mi chiamo Kian” in italiano, altri invece mi guardano diffidenti. Soprattutto Niccolò, un ragazzo alto, muscoloso, con i capelli mori e gli occhi verdi che  naturalmente ha molte ragazze al seguito. Quando parla tutti gli danno ragione ed è stimato da parecchi. E’ molto estroverso e sicuro di se, non si fa intimorire da nessuno e non ha paura di esporre le proprie opinioni. E’ l’esatto contrario di me, magro e minuto, timido, riservato, timoroso del giudizio degli altri.

 

Nei mesi successivi conosco meglio Alice e Marco, due ragazzi molto socievoli, che con un po’ di volontà e pazienza mi aiutano a fare i compiti utilizzando la lingua italiana, in cui ho difficoltà e con Luca, Sara e Filippo, altri nostri compagni di classe, mi portano a visitare il centro della città e mi spiegano la storia legata ai monumenti. Niccolò, invece continua a ripetere ai ragazzi che stanno sbagliando e che i tipi come me non andrebbero aiutati, ma anzi isolati. Alcuni compagni gli danno ragione e non mi rivolgono più la parola. Sembra, che per causa mia, in classe si stiano creando due gruppi sempre più accaniti fra di loro e mi sento un po’ in colpa, ma non ne posso parlare con nessuno. A casa quando mamma mi fa domande sulla scuola rispondo sempre che va tutto bene, perché non voglio farla preoccupare adesso che è felice e spensierata e che il lavoro di papà va per il meglio: ha avuto una promozione e mamma dice che presto potremo trasferirci in una casa un po’ più grande, e forse meno periferica.

 

L’odio di Niccolò nei miei confronti aumenta sempre di più giorno dopo giorno, e io non so davvero come comportarmi. Mi osserva, guarda i miei comportamenti e soprattutto i miei difetti in modo da mettermi in imbarazzo con gli altri compagni.

 Un giorno, veramente stufo di questa storia, decido di andare a parlargli. “Niccolò, vorrei sapere il motivo del tuo disprezzo nei miei confronti.” Lui mi risponde “Scusa Kian, adesso sono di fretta, ma se oggi pomeriggio sei libero ci incontriamo al parco e ne parliamo.” Io accetto, pensando di poter mettere fine una volta per tutte a questa storia. Nel pomeriggio ci incontriamo al parco. Niccolò mi dice di seguirlo, conosce un posto dove si può parlare senza essere disturbati da nessuno. Io lo seguo, ci addentriamo in una via poco trafficata e improvvisamente vengo accerchiato da un gruppo di ragazzi, che cominciano a prendermi a calci e pugni, fino a farmi cadere a terra stremato, poi scappano. Sento le loro voci e le loro risa in lontananza. Percepisco un dolore tremendo alla faccia e alla gamba, perdo i sensi.

 

Mi risveglio in un letto d’ospedale, sembra passata un’eternità. Guardo il calendario appeso al muro, ho dormito per una settimana. La mamma è di fianco a me, appena vede che sono sveglio mi abbraccia forte e mi dice “Tranquillo, è tutto finito. Non dovrai più temere quel ragazzo, tuo padre ha deciso di denunciarlo.” Sono ancora un po’ frastornato, ma ricordo cosa è successo, Niccolò mi aveva detto che voleva parlarmi in un posto più tranquillo e invece aveva tramato un piano con i suoi amici per picchiarmi. Questo è ingiusto quando credevo che  le cose stessero andando meglio. Che illuso! Sono stanco,  molto stanco, mi addormento, sperando che tutto quello che è successo sia solo un brutto sogno da poter cancellare svegliandomi. Mi risveglio, ma l’incubo non svanisce, anzi aumenta perché trovo seduto accanto al mio letto Niccolò. Ha un’aria pentita, ma la cosa non mi convince. Gli dico di andarsene, ma lui rimane lì, impassibile, allora alzo un po’ la voce e gli ripeto di andarsene e lui invece rimane immobile e sorride. Non capisco a quale punto vuole arrivare, vuole farmi stare peggio di come sto? Mi guarda, e dopo un estenuante silenzio mi dice “Kian, ascolta, io…”, fa una pausa di silenzio, “… io, io… SCUSAMI.” Non so cosa pensare: perdonarlo o no? Accettare le scuse di una persona che fino al giorno prima mi voleva morto? Lo mando via. Con aria rassegnata se ne va. Vedo che si ferma a parlare con la mamma, lei lo ascolta, lo incoraggia. Per un attimo avrei voluto essere nella testa di Niccolò per capire quello che pensa, sapere se si è davvero pentito o lo hanno obbligato i genitori a venire a scusarsi. Vedo un pacchetto sul comodino incartato con della carta oro che attira la mia attenzione. Lo scarto, e trovo “La storia d’Italia”. Comincio a sfogliarlo, e nella prima pagina trovo una lettera con scritto:

 

Caro Kian, scusami.

Lo so, le scuse non bastano a cancellare quello che ho fatto.

Dopo “l’incidente” dell’altro giorno ho cominciato a pensare.

All’inizio solo perché obbligato dai miei genitori, sono venuto a trovarti in ospedale,  ma tu dormivi e non mi hanno fatto entrare. C’era solo tua mamma, che quando mi ha visto, anche se provava un grande rancore, non mi ha cacciato, anzi mi ha fatto accomodare di fianco a lei. Mi ha raccontato la vostra storia e mi ha profondamente toccato.

Io ho sempre avuto tutto ciò che volevo e non mi sono mai reso conto di cosa voglia dire soffrire, lasciare tutto, partire per un altro paese.

I giorni seguenti sono tornato in ospedale, ma questa volta spinto dalla mia volontà, anche solo per vederti dormire, e poterti stare “vicino”.

Ti ho ferito sia fisicamente che psicologicamente facendoti passare dei mesi d’inferno.

Ripensandoci, mi accorgo di aver sbagliato tutto con te.

Vorrei che tu accettassi questo mio piccolo pensiero, un libro che parla della storia d’Italia. Possiamo leggerlo insieme se vuoi, e magari cominciare a conoscerci meglio partendo da questo libro. E poi chissà… magari abbiamo tanti interessi e passioni comuni.

Riconosco l’errore che ho commesso e ne sono pentito, sperando che tu possa perdonarmi.

A presto, Nico.                                                                                                                                    

 

 

Vedo Niccolò che sta per andarsene a casa, e mi rendo conto che si è davvero pentito. Lo faccio chiamare dalla mamma. Torna in camera da me. Io apro il libro e gli chiedo “Allora il Colosseo? Da chi fu fatto costruire?” Ci guardiamo negli occhi e scoppiamo a ridere. Si siede a fianco a me e cominciamo a parlare, di calcio, videogiochi, motorini, ragazze, di tutto tranne che della storia d’Italia che rimane racchiusa in un libro appoggiato su un tavolino dell’ospedale.

 

Sono passati ormai due anni da quell’episodio, Niccolò ha fatto chiedere scusa a tutti i ragazzi che hanno partecipato alla mia aggressione, anche se non li conoscevo. Io e Nico siamo diventati inseparabili e con lui sono cresciuto interiormente, ho imparato a non avere paura del giudizio degli altri, a portare sempre a termine quello in cui credo e ad apprezzare sempre le mie qualità!

 

… Un leggero vento ci risveglia dai nostri pensieri. Vedo Nico che raccoglie un sasso da terra, lo rigira tra le mani guardandolo accuratamente, poi si siede per terra e incide: AMICI PER SEMPRE! Mi guarda e sorride, lo guardo, leggo la scritta per terra e gli sorrido di rimando. Trascorriamo qualche istante in silenzio, poi Nico esclama “Chi arriva ultimo al bar in centro offre da bere” Corriamo ai motorini e via di corsa per il traffico cittadino, sfrecciamo tra le macchine e ridiamo, felici di essere quel che siamo e soprattutto amici.      

                                                                 

 

 
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