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Anna Andrea Torchio Stampa E-mail

 

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La scala tra i mondi

Premio Sacro Monte di Varallo,    150 euro

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Il Sindaco di Varallo capo dell'Amministrazione Civile del Sacro Monte premia Giulia Giustizieri e Anna Andrea Torchio

 

Motivazione della giuria: “Su una trama fantascientifica coerente e accattivante, si innestano mature riflessioni condotte con buona padronanza linguistica. Continuando con la lettura e l'esercizio otterrai sicuramente grandi soddisfazioni!”

 

 

 

Mentre mi arrampicavo potevo solo pensare a come sarebbe stato cadere da quella altezza.

Le mani sudaticce scivolavano su quella scala di ferro traballante e arrugginita.

Non avevo nessuna intenzione di lasciare andare la presa, ma l'immagine del mio corpo nel vuoto, trascinato verso il basso, non usciva dalla mia mente.

Non ricordavo esattamente da quanto tempo i miei piedi non toccassero terra, ma un dolore incessante agli arti mi suggeriva fosse da tanto.

Tirai un sospiro di sollievo sollevando lo sguardo e scorgendo delle assi di legno, dalle quali penetravano dei raggi di luce.

Mi aggrappai più saldamente ad un piolo della scala e appoggiai le mani sulle assi, pronta a spingerle con tutta la mia forza per crearmi una via d'uscita.

All'ultimo secondo mi fermai. Scorrendo le dita sul legno scoprii un messaggio.

Era scritto nella lingua del mio popolo, un intricato insieme di figure geometriche che rappresentavano lettere e insiemi di parole.

Una frase breve, diceva: “Colui che sta varcando l'entrata di questo nuovo mondo si sacrificherà per il bene della sua gente”.

Peccato che della mia gente non fosse rimasto nessuno tranne i pochi sopravvissuti in superficie, e che per me non fosse un sacrificio, ma che io fossi una semplice codarda, spinta a cercare i suoi familiari per mancanza di cibo e risorse, mesi dopo essere rimasta da sola sottoterra per la prima volta.

Un sacrificio, un'offerta al Re Sole, l'antagonista in una storia che si raccontava ai bambini. Il Re Sole, assieme alla sua regina, si era sempre imposto duramente sui popoli che governava senza lasciare loro alcuna libertà, da loro richiesta. Un giorno un gruppo di uomini e donne si ribellò, adirando i sovrani.

Dopo una sanguinosa battaglia alcuni ribelli riuscirono a fuggire, nascondendosi nell'unico luogo dove il Re non poteva raggiungerli, sottoterra.

Lì crearono una nuova, ristretta civiltà, credendosi liberi e intoccabili da qualsiasi tiranno. Dopo qualche anno di tranquillità, però, arrivò da loro un messaggero dei sovrani. Questo informò i ribelli che i suoi padroni avrebbero scatenato una guerra se non avessero ricevuto un adeguato compenso.

Da allora, ogni giovane che giungeva alla maggiore età, dopo aver dato alla luce un figlio, si recava in superficie, sottomettendosi a loro.

Una storia stupida, lo ammetto, che i miei antenati avevano inventato per spiegare la loro presenza in un luogo così buio e umido, dove nessuno sano di mente si sarebbe recato per allevare bambini e cercare di sopravvivere.

Una storia che mi aveva portato ad abbandonare la mia abitazione prima del tempo, in cerca di mio fratello, che non vedevo ormai da qualche anno.

Il pensiero del ragazzo mi riscosse, portandomi a piegare il braccio destro e a spingere quelle assi con tutta la mia forza. La luce mi investì. Fu uno dei più bei momenti della mia vita.

Appoggiata a un lampione spento, strizzai gli occhi a causa dei pochi raggi di sole che attraversavano le spesse lenti oscurate degli occhiali.

Pur essendo una giornata calda indossavo strati e strati  di vestiti, coprendo la pelle troppo sensibile per essere esposta.

Guardai la strada, troppo poco affollata perfino per una piccola città come quella.

Erano passati tre mesi da quando ero arrivata lì, adattandomi lentamente alla mia nuova vita.

Settimane sprecate ad integrarmi e a cercare di capire le loro usanze, perdendo ogni speranza di trovare mio fratello o di incontrare qualcuno del suo popolo.

Fortunatamente avevo portato con me abbastanza provviste da riuscire a sfamarmi, pur non essendo mai sazia e costringendomi a mangiare piccole razioni per garantire una lunga durata alla mia riserva di cibo.

Talmente persa nei miei pensieri da non notare nient'altro intorno, appena mi accorsi della bambina in piedi davanti a me.

Aveva una mano su un fianco, come a imitare la mia posizione, e mi fissava negli occhi con un'espressione curiosa.

Accantonando le questioni che mi frullavano per la mente la osservai meglio, chiedendomi cosa trovasse di tanto interessante in me.

Portava i capelli in un caschetto biondo, che esaltava molto la forma tondeggiante del suo paffuto viso.

Gli occhi neri, che mi scrutavano, poco c'entravano con la sua pelle candida e le gote arrossate. - Hai bisogno di qualcosa? - Le chiesi.

La mia voce risultava spiacevolmente roca, essendo passati ormai diversi giorni dall'ultima volta che avevo parlato con qualcuno. Aspettai che rispondesse, scioccata che mi guardasse dritto negli occhi. Da dove provenivo era un segno di gran maleducazione sostenere lo sguardo di qualcuno più grande di te, a meno che non fosse un familiare.

Spalancò la bocca, sgranando gli occhi, cercando le parole per rispondere.

Prima che potesse farlo, però, venne interrotta da una donna che si gettò verso di lei.

- Alice - disse - Quante volte ti ho detto di non infastidire i passanti -.

Era una donna sulla trentina, bionda, senza alcun tratto particolare se non gli occhi blu oceano e un fisico atletico.

Dopo aver afferrato la mano della bimba si girò verso di me con un sorriso smagliante.

- Mi dispiace per il disturbo - si scusò al posto della figlia.

- Nessun disturbo - le assicurai, costringendomi a sorridere a mia volta.

Contenta di non aver più quella voce gracchiante.

Osservai  Alice mentre tirava la mano della madre, obbligandola ad abbassarsi, per poi sussurrarle all'orecchio qualcosa che non riuscii a sentire.

Quando quest'ultima si raddrizzò, sfoderò un falso sorriso.

- Piaci molto a mia figlia - disse - E' da tanto che non si affeziona a qualcuno. Dalla morte di suo padre è sempre stata molto distaccata. Mi piacerebbe offrirti qualcosa da bere, per accontentare Alice. Abitiamo giusto lì - indicò una casa su due piani di colore lilla, recintata da una rete sgangherata, che delimitava il piccolo cortile, dove l'erba era troppo alta e i fiori appassiti.

Non curandomi particolarmente dell'estetica dell'abitazione, ma vedendo questa come una possibilità di mangiare altro che cibo in scatola dalla indeterminata provenienza, accettai di buon grado.

All'interno la casa era più pulita e ordinata di quanto mi aspettassi.

Le pareti tappezzate di foto delle due donne con un bell'uomo, dall'aspetto vagamente familiare.

Mi portarono in cucina, dove mi fecero accomodare al tavolo mentre la donna, che si era presentata con il nome di Elisabeth, mi preparava una tisana ed un piatto di dolcetti.

Alice si sedette al mio fianco, senza smettere un attimo di osservarmi.

Non ero ancora pratica delle usanze di quel posto, ma quella scena mi sembrava fin troppo strana.

- Cosa volete veramente da me? - finalmente chiesi quando la donna mi portò la tazza fumante.

Dopo un attimo di imbarazzo, fu la bambina a rispondere - Papà diceva sempre di accogliere quelli che erano stati sacrificati al Re Sole - parlò con voce calma e ragionevole.

Alla mia sorpresa per il fatto che mi avessero scoperta così facilmente, Elisabeth rispose sussurrando - Capelli e occhi neri, il vostro tratto distintivo -.

Mi ero tolta gli occhiali senza nemmeno accorgermene.

Il mio sguardo tornò alle pareti e riguardai l'uomo nelle foto.

Finalmente compresi. Mi mancava il respiro.

- Quello è mio fratello - dissi alzandomi.

La donna annuì - Sì. Qui si faceva chiamare Robert. Prima di andarsene mi aveva fatto giurare di aspettarti -.

Incapace di metabolizzare tutto questo, un solo pensiero mi colpì. Era morto ed io non provavo null'altro che sconcerto.

- Mi ha detto di portarti sulla sua tomba quando saresti arrivata, che su di essa aveva fatto incidere un messaggio - mi prese per le spalle ed io mi lasciai trascinare.

Mentre mi portava dal suo cadavere, mi confessò altri fatti che mi lasciarono senza fiato.

Robert, come il resto del mio popolo che era salito in superficie, era morto di una malattia molto comune in quel luogo ma che noi, privi dei loro tipi di anticorpi, contraevamo e non riuscivamo a respingere.

Una malattia che per loro era solo un disagio che provocava un innalzamento della temperatura interna del corpo e leggeri tremori, a noi causava deliri ed impensabili dolori.

Arrivata sulla sua tomba caddi in ginocchio, il cuore lacerato, come se me lo avessero estirpato dal petto per farlo a pezzi.

Incapace di trattenere le lacrime piansi fino a che non mi dolse la gola.

Scossa dai singhiozzi affondai le mani nella terra umida, cercando un appiglio per non stramazzare sul terreno.

Sulla lapide in marmo, nella mia lingua di origine, era incisa la frase che aveva scatenato in me quella reazione: “Sono finalmente libero dal tiranno, questa volta per sempre”.

Qualche giorno dopo Elisabeth ed io eravamo in piedi davanti  ad una profonda buca nella terra, l'entrata al mondo a cui appartenevo.

- Sicura di non voler restare con noi? - Mi chiese per l'ennesima volta.

Scossi la testa - Probabilmente anche io sono ammalata. Se devo morire preferisco farlo nella mia casa - la abbracciai - Grazie di tutto. Addio -.

Mi salutò e rimase con me fino quando iniziai a discendere la scala.

Spostò le assi in modo da sigillare il passaggio.

Quando l'oscurità calò su di me provai solamente vuoto.

Fu l'ultima volta che parlai con qualcuno.

 

 
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