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Giulia Giustizieri Stampa E-mail

 

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Le passioni… dietro la maschera

Premio Rotary Valsesia   150 euro

 

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Il Sindaco di Varallo capo dell'Amministrazione Civile del Sacro Monte premia Giulia Giustizieri e Anna Andrea Torchio

Motivazione della giuria: “Una bella prova intensa e originale sprofonda il lettore nell'angoscia della diversità: lo stile ben accompagna l'incalzare di violente emozioni, come la freddezza dell'autocontrollo in un alternarsi di ritmo ben costruito e avvincente. Ottime doti drammatiche hanno sostenuto la scelta coraggiosa di un tema non facile.”

 

 

 

 

Guardati, sei lì seduto sul divano bianco ad osservare con poca attenzione lo schermo illuminato del televisore, mentre io sono qui, nascosto dietro la porta ad osservarti con vana e ormai morta speranza, con desiderio ed illusione.

La mia vista è annebbiata dalla maschera che sono costretto ad indossare, ma la tua immagine è sempre limpida ai miei occhi colore del sangue, sangue che ogni giorno versano per colpa del dolore e della tua noncuranza, del tuo completo ignorarmi giorno dopo giorno. Odio quando fai così, odio quando mi ignori così tanto.

Da dietro la mia maschera piatta, del colore della morte, priva di qualsiasi decorazione se non due piccoli fori per gli occhi, io ti osservo sempre e tu nemmeno te ne accorgi.

 

Potrei passare per folle, ma ti penso sempre sai? Ogni singolo secondo da quando varco la soglia di casa nostra, di questo appartamento che fa da casa comune per noi, sette studenti della medesima classe che hanno imparato a vivere insieme come se fossero una vera famiglia, e come in una vera famiglia tra i membri scoppiano continuamente liti, seguite sempre da scuse e perdoni. 

E io, come sempre succede in un gruppo familiare, sono la pecora nera, sono l'individuo da cacciare, sono quello sbagliato. 

 

Ti sogno anche, mi credi? Mi capita spesso, con l'andare del tempo sembra che i sogni si presentino sempre più frequentemente, rischiando di farmi impazzire definitivamente per colpa della cruda ed inevitabile realtà: tutto ciò che avevo vissuto era una stata debole illusione.

Anche stanotte ti ho sognato, era un sogno diverso, tu non eri solo presente nello sfondo come mio amico, tu eri, se possibile, qualcosa di più. Eravamo entrambi privi di abiti, privi di qualsiasi elemento pronto a spezzare o rovinare il contatto fisico che ci univa in quel meraviglioso momento. Pareva tutto così vero: i tuoi lunghi e scuri capelli che mi solleticavano la pelle, le tue calde ed umide labbra sulle mie, il tuo corpo leggero ma presente posto su di me. E proprio quando il mio più ardente desiderio sembrava sul punto di realizzarsi, ecco che fui costretto a svegliarmi, forse per colpa di un rumore, forse perché mi sembrava tutto così vero che il mio cuore ebbe un attimo di esitazione, facendomi mancare il respiro. Cercai immediatamente il tuo corpo, aggrappando l'aria e nient'altro. Buio, silenzio e solitudine, ecco che cosa mi faceva compagnia in quel momento. Mi levai di colpo le coperte, mostrando il mio corpo sudato e provato, i pettorali che si alzavano ed abbassavano velocemente in pesanti ansimi. Mi alzai in piedi con poca stabilità e mi trascinai fino alla scrivania, dove poggiai le mani con fare stanco. Posai poi lo sguardo assente sullo specchio davanti a me: ebbi un brivido nel vedere il mio riflesso ed immediatamente abbassai lo sguardo per salvarmi da quell'orrenda visione. Possibile che quell'individuo sia davvero io? Perché ogni volta che mi trovo davanti ad uno specchio vedo uno sconosciuto, una persona fuori luogo, che non dovrebbe essere lì?

Con una mano tra i capelli umidi per il sudore mi voltai verso il letto sfatto e la vidi: sul comodino, ecco la maschera.

 

Ho sempre addosso quella maledetta maschera. Non voglio che gli altri mi vedano per quello che sono veramente. 

"Non sei degno di stare insieme agli altri" Mi ripeteva sempre mia madre ogni singola volta che la incrociavo per i lunghi corridoi della villa che mi aveva fatto da prigione per così tanti anni. Erano le uniche parole che le uscivano da quelle labbra sempre colorate di un rosso acceso da quando compii i sedici anni. Nove anni sono passati, eppure mi ricordo bene le sue labbra incurvate in una smorfia di disprezzo, i suoi occhi arrossati e lucidi per la rabbia, le sue mani su di me, i suoi schiaffi che mi coloravano le guance ogni volta che mi azzardavo a guardarla dritta negli occhi. I suoi occhi, freddi e taglienti come tante schegge di ghiaccio, ogni tanto si ripresentano nei miei incubi. Ogni tanto mi capita di riviverlo, rivivere quel momento, l'ultima volta che vidi i miei genitori, la notte in cui fuggii da quella villa troppo grande e nobile per una famiglia così piccola e mentalmente arretrata come la mia.

Ricordo che il mio corpo aveva ancora i segni lasciati dalla cintura e dai pugni di mio padre, ma mai mi sarei aspettato di sentire la gelida lama di un coltello sulla mia tempia. 

Per quello me ne andai. Non ricordo molto, solo tanto sangue e mia madre con un coltello in mano, poi la paura che mi costrinse a scappare senza guardare dietro.

Ecco perché ho la maschera,  non sopporterei che anche altri vedessero le cicatrici che porto, il lungo  taglio che mi percorre dalla fronte fino alla guancia sinistra, con una lieve curvatura sulla tempia per evitare di accecarmi e rovinarmi l'occhio già maledetto per colpa di quel colore insolito. Non voglio che anche altri vedano che sono una vergogna, che non sono un ragazzo normale, che sono... diverso.

 

Strinsi gli occhi per evitare di lasciar scappare una lacrima. No, quella volta non avrei pianto. Non è colpa mia se provo attrazione verso i maschi, sono fatto così, non posso farci niente. Lo so che è sbagliato, ma picchiandomi ed insultandomi non cambierà mai niente.

Ecco che il mio sguardo, pieno di terrore e di odio, si posò nuovamente su quel piccolo quadrato di vetro che si ostinava a riflettere un errore della natura ed io, senza esitazione, sferrai un pugno verso quel ragazzo, incurante dei frammenti di vetro che subito presero a sfiorarmi e tagliarmi le nocche, che da bianche presto sfumarono verso il rosso per colpa delle lacerazioni e delle ferite.

Non so perché lo feci, volevo solo che quell'individuo si allontanasse da me, mi lasciasse finalmente stare, eppure sapevo che anche se la mia figura era stata spezzata e si presentava sotto forma di piccoli frammenti sparsi sulla superficie lucida della scrivania, la realtà non cambiava, io non mi vedevo più, però esistevo ancora. Ero pronto ad accogliere tra le dita un pezzo di vetro rimasto attaccato alla sua cornice, lungo e tagliente, risoluto a portarmi la sua punta verso il polso e a recidere finalmente le vene che, crudelmente, continuano a portare il sangue, o forse veleno scarlatto, al mio cuore distrutto da tempo. 

Quella lama stava già provocando una lieve pressione, senza strapparmi alcun lamento o segno di esitazione, e il primo rivolo scuro mi scivolò giù per la mano, ma ecco che il mio cuore ebbe un sussulto, fermandosi di nuovo come pochi minuti prima, causandomi la paralisi istantanea. Il tuo respiro, ecco, riuscivo a sentirlo quel delicato soffio di vita che usciva dalle tue dolci labbra rosee da me tanto desiderate. Ma tu non eri solo, sentii un secondo respiro. Tu eri lì, nella stanza accanto insieme alla bionda che chiami fidanzata. Perché lei sì ed io no? Perché a lei hai dato una possibilità mentre io vengo completamente ignorato? 

Digrignai i denti a quell'ingiustizia, ma non ebbi il coraggio di andare avanti, non perché avessi cambiato idea sulla mia vita, ma perché non potevo certo arrendermi in quel modo. Ti farò capire che quella stupida non ti ama realmente, che io ho un cuore puro anche se ha superato molti dolori e per te, solo per te, è in grado di sopportarne ancora.

Decisi di far finta di nulla, poggiai il pezzo di vetro sulla scrivania ed uscii lentamente e con fare silenzioso alla ricerca di qualche benda per coprire i segni del raptus recente. Solo dopo qualche minuto di riflessione decisi di ritornare a letto, sperando di assopirmi il prima possibile.

 

Guardati, sei lì seduto sul divano bianco, gli occhi puntati su una trasmissione che non ti interessa minimamente. So che devo avvicinarmi, devo parlarti, ne ho bisogno, ma prima che io possa muovere un muscolo ecco che mi sento spingere, una testa ornata da una cascata di capelli dorati mi passa davanti. La ragazza si siede al tuo fianco e subito vi unite in un bacio. Proprio davanti a me...

Mi faccio coraggio e appena vedo le tue labbra allontanarsi da quelle di lei mi avvicino con estrema calma, fermandomi al tuo fianco e puntando lo sguardo sui tuoi meravigliosi occhi smeraldini. 

"Che diavolo vuoi?" Mi accolgono le tue parole piene di irritazione. Voglio dirti che sei tutto per me, voglio raccontarti del sogno, dello specchio, di come sarebbe la mia vita con te. Voglio togliermi la maschera e farti vedere come sono realmente, voglio farti vedere il mio viso sfigurato e il mio cuore pieno d'amore da donarti.

Voglio, ma non riesco. Rimango immobile ad affrontare il tuo sguardo sempre più assottigliato. Scuoto lentamente il capo, facendo un piccolo passo indietro.

"Niente, stavo per andare in cucina e volevo sapere se ti serve qualcosa, non volevo disturbarvi." E detto questo, senza nemmeno ascoltare la tua risposta negativa e il tuo usuale insulto, me ne vado dritto in camera mia. Non ti sei nemmeno accorto nella mia mano, delle bende sporche di sangue. Per l'ennesima volta non mi hai dato la minima considerazione.

Ti odio... ma ti amo.

 
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