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Silvia Gauna, Premio Ava 2006 Stampa E-mail

Un giorno d'estate

L’unico movimento che si può cogliere è il battito delle palpebre.
Aspetta in piedi alla fermata del tram di piazza Vittorio Veneto già da due ore, incurante della pioggia incessante che rende quest’ultimo giorno di febbraio ancora più triste.
Nella sua mente i pensieri si susseguono più numerosi delle gocce d’acqua che continuamente percorrono la sua barba incolta. A vederlo da lontano chiunque lo scambierebbe per un ubriaco, ma Daniele non ricorda più nemmeno quale acre odore avessero i suoi cari cognac invecchiati, che per troppi anni avevano scherzato col suo fegato. Questa battaglia l’aveva vinta, non senza sofferenze, ma queste gli sembrano nulle in confronto a quello che lo aspetta ora.
Già, quello che lo aspetta, perché vi è davvero qualcuno o qualcosa che lo attende, Daniele non può avere dubbi.
Ricorda ancora l’odore di gomma bruciata sull’asfalto in quel torrido giovedì d’estate, ma gli sfugge la data e pure l’ora. Certo, doveva essere intorno all’una se faceva così dannatamente caldo, ma che importa: non è l’ora nè tanto meno il clima che rivive ogni notte. Non può chiudere gli occhi senza poi svegliarsi sudato e angosciato ormai da troppo tempo, perciò ha preso la decisione.
Al diavolo la legge, al diavolo le regole; solo a lui spetta il compito di evadere da quella prigione fatta di incubi.
Qualche settimana prima ha pensato al come, al dove e al quando agire. Agire per sé, per l’ingiustizia, per lei. Lei che non può confortare il suo cuore mai più, mai più. Rise: le piaceva così tanto Edgar Allan Poe, ma nemmeno lui avrebbe potuto pensare a una morte così orribile. Ma era poi la morte il problema?
No, la falce era stata una liberazione da quell’agonia che aveva torturato le membra di lei e lacerato il cuore di Daniele.
Durante i tre mesi di paralisi, infatti, non aveva visto che odio e biasimo fluire da quegli occhi che, se una volta lo avevano stregato, ora lo perseguitavano e di notte e di giorno.
Fa freddo quando sale su quel tram, ormai è deciso. In piena ora di punta con i vetri appannati. Daniele si avvicina al posto di guida e cerca con la mano nella sua tasca sinistra. La trova... la estrae, la leva in alto con il suo braccio teso. I suoi occhi passano velocemente da quella fotografia al viso paonazzo del tranviere riflesso nello specchietto retrovisore. Nella sua mente stanca di soffrire l’unica cosa che conta è la vendetta, ora non ha più dubbi.
Ecco l’uomo, la bestia, lo strumento del destino che gli ha sottratto lei e il suo amore. Si erano già salutati due volte quell’ultimo giovedì e lei andava alla fermata opposta con la voglia di partire l’indomani per una stupenda gita al mare.
Lentamente Daniele apre la porticina del posto di guida e nessuno si accorge che nella mano destra stringe delicatamente una siringa. Ancora qualche centimetro e quel veleno gli scalderà le vene verso il cuore, un gelido cuore che ha spezzato una vita in una giornata di sole.
Se solo non fosse giunto alla fermata, se solo il tranviere non si fosse girato verso il suo assassino, forse di assassinio si sarebbe parlato. Ma Daniele incontra i suoi occhi, incrocia il suo sguardo, legge nella sua anima una luce di immenso terrore, luce troppo simile alla sua. Senza profferire suono si volta e scende alla fermata che ha cambiato davvero la sua vita.
Ed è ancora là, con la pioggia che tenta invano di lavare via la sua angoscia, con i pensieri che volano ancora a lei e a quel maledetto giovedì. Quanto tempo sarà passato? Quanti tram avranno coperto la sua visuale ormai? Ora respira a fatica e la testa pesa sempre più. Forse nemmeno un po’ di smog si degna di penetrare la maschera del castigo di Daniele? No, delle volte il tempo può essere scandito più precisamente di un metronomo, soprattutto quando si avvertono i sintomi di quel veleno che in meno di tre ore inceppa la pompa del sangue a cui forse diamo eccessiva importanza.
Tuttavia ancora un pensiero per lei che lo accompagna mentre si accascia sulla fredda banchina della fermata. Quel giorno l’aveva già salutata, l’aveva già baciata, ma aveva voluto chiamarla ancora... ancora una volta per gridarle tutto il suo amore. E lei, ancora sorridente, per ascoltare quelle parole che Daniele avrebbe voluto sussurrarle tutta una vita... non si era accorta di quel mostro di ferro che spezzava la sua colonna vertebrale e con essa il loro amore.

 
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