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Alessandra Segreto, Premio Ava 2002 Stampa E-mail

 

Festa di compleanno


Era venerdì 17 e, con i miei amici, mi stavo affrettando per non arrivare in ritardo alla festa di compleanno di Luisa. La festa era a casa di Luisa, un appartamento in un condominio di Serravalle.
Quando sono arrivata tutti stavano già ballando, cantando e ridendo. Giacomo e Luigi però erano più strani del solito e a metà festa uscirono dicendo che dovevano tornare a casa. A un tratto la luce si spense e la radio smise di suonare. Noi rimanemmo fermi e, nel silenzio, sentimmo un rumore forte, sembrava uno sparo. Ci affacciammo a una finestra e vedemmo in mezzo alla piazza un ragazzo disteso per terra, era magro, piccolo con i capelli neri.
Scendemmo di corsa e vedemmo che era Giacomo: era morto ed era tutto insanguinato. Tornammo nell’appartamento di Luisa per telefonare, ma l’apparecchio non funzionava. Corremmo per chiedere aiuto al piano di sopra. Una porta era socchiusa, entrammo e vedemmo una donna, un uomo e un bambino a terra, morti.
A quella vista rimanemmo impietriti, nessuno riusciva a parlare. Scendemmo in piazza e andammo a chiedere aiuto nelle case vicine, ma ogni volta vedevamo la stessa scena: intere famiglie morte.
Decidemmo di andare dai carabinieri, entrammo e vedemmo che anche lì erano tutti morti, qualcuno aveva la pistola in pugno come se avesse tentato un’inutile difesa.
Eravamo tutti terrorizzati: presto qualcuno avrebbe ucciso anche noi come aveva fatto con tutti gli abitanti del paese.
Ognuno di noi corse alla propria casa: padri, madri, fratelli erano tutti morti. Ci ritrovammo piangenti in piazza. Mentre ognuno, tra le lacrime, raccontava quello che aveva visto, scorgemmo in lontananza una figura che si avvicinava. Era un ragazzo, alto, un po’ robusto con i capelli biondi e gli occhi azzurri; aveva un passo veloce.
Uno di noi lo riconobbe per primo: era Luigi. Gli corremmo incontro per raccontargli tutto; lui aveva uno sguardo strano. Fissandoci uno a uno disse: «Non me ne importa niente». Dalla tasca dei pantaloni blu tirò fuori una pistola e cominciò a sparare a tutti, come fossimo dei birilli da buttar giù. Alla fine rimasi solo io e Luigi disse: «Ora è il tuo turno». Mi misi a correre, non c’era nessuno.
Da lontano vidi la sagoma di una persona; le corsi incontro gridando aiuto. Correvo tanto, ma la persona, anziché avvicinarsi, si allontanava. Le gambe non mi ressero più e caddi. Luigi mi raggiunse, mi puntò contro la pistola e disse: «Adesso non mi scapperai più».
Premette il grilletto, io urlai.
Mi alzai tutta sudata, vicino a me c’era mia mamma: era stato tutto un brutto sogno.Mi vestii e feci colazione, più ci pensavo e più l’incubo mi sembrava reale.
La sera andai a una festa di compleanno. Ballavamo, a un tratto la luce si spense, la radio smise di suonare e sentimmo uno sparo…

 
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