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Elena Ruggio, Premio Ava ex-aequo 2004 Stampa E-mail

 

La leggenda del castello delle «Quattro Pizzule»



In un giorno afoso d’estate, Concetta, una ragazza diciassettenne bruna, alta e magra, con grandi occhi verdi, cercava un po’ di tranquillità per dar libero corso ai suoi pensieri.
Era già passato un mese da quando era tornata da Novoli, un paese del sud in provincia di Lecce in cui era nata e cresciuta fino all’età di undici anni e dove ogni anno trascorreva le vacanze estive.
Amava quel luogo e ricordava ancora con dolore il giorno in cui il padre aveva radunato intorno a sé la famiglia annunciando di aver trovato un lavoro al nord. Provava ancora il vuoto che si era sentita dentro a quella notizia, lo sentiva dentro ogni volta che ripensava a quei momenti.
Anche quell’anno era giunta l’ora di ripartire per tornare alla cittadina piemontese, dove da sei anni ormai viveva con i suoi genitori e la sorella. Aveva tante amiche su al nord, frequentava un istituto superiore, aveva la sua vita, ma Novoli era Novoli, erano le sue radici, il suo vero mondo.
Quel pomeriggio, mentre già i bagagli erano pronti in corridoio, era scappata dagli argomenti dei suoi parenti e amici: ormai si parlava sempre del nord e lei non voleva più sentire quei discorsi; non voleva risentire per l’ennesima volta i saluti dei parenti e degli amici, né la domanda scontata che le faceva tanto male: «Perché non rimani qui? Dai! Non andartene via!»; era fuggita per non scoppiare  a piangere come ogni volta.
Vagabondando nei campi, aveva pianto tutte le sue lacrime, poi, più tranquilla, si era guardata intorno per imprimersi bene nella mente ogni particolare di quei luoghi, per far tesoro di ogni profumo, di ogni colore, di ogni suono.
Fu allora che si accorse che si stava aggirando nei pressi del castello delle «Quattro Pizzule», un’antica costruzione ristrutturata che doveva il suo nome alle quattro torrette poste agli angoli della fortezza.
All’improvviso rabbrividì, perché ricordò la leggenda legata a quelle mura: si diceva che nel castello fosse vissuta una coppia di sposi, perseguitata da un destino infelice. Lui era un giovane semplice, di origini contadine; lei era l’unica figlia femmina di un signorotto del luogo, che, per assicurarle un futuro dignitoso, non potendo spezzare l’eredità spettante di diritto al primogenito, aveva predisposto il matrimonio con un ricco vicino. In tempi in cui era inconcepibile pensare a una ribellione, la ragazza si era innamorata di quel giovane che trascorreva le sue giornate chino sui campi intorno al castello, e dopo qualche timida occhiata, qualche cenno di saluto, qualche breve incontro all’uscita del passaggio segreto sotto il fossato che circondava la costruzione, i due avevano scoperto di amarsi e avevano organizzato una fuga. Lo scandalo aveva avuto l’effetto sperato e i giovani avevano potuto sposarsi, ma la loro non era stata un’unione felice: i cognati odiavano quel «servo» che era entrato a far parte della loro famiglia, «rovinandone la reputazione», e non perdevano occasione di umiliarlo e di punzecchiarlo; il ragazzo soffriva in silenzio, ma in silenzio soffriva anche la moglie, che sembrava aver perso decisione e spirito di ribellione e, sentendosi in colpa per la fuga che aveva causato la morte del vecchio padre, non riusciva a scegliere tra affetti ugualmente cari. Così, una sera d’estate, nel primo anniversario del loro matrimonio, per sfuggire alla sua triste esistenza, la coppia si era gettata nel vuoto da una delle torri. In paese si diceva che ogni anno da allora nel giorno del loro matrimonio e in seguito alla loro morte, gli sposi si aggirassero nel castello e talvolta venissero visti in paese.
Guardando il castello, Concetta sentì un venticello sfiorarle i capelli: era abbastanza freddo, però, e lo trovò strano, visto che la giornata era afosa e l’estate al culmine.
Si guardò intorno: le foglie degli alberi erano immobili, nessun filo d’aria sfiorava la natura, eppure su di sé continuava a sentire quella brezza leggera.
Ormai era buio, e Concetta, inquieta, decise di tornare a casa: forse i suoi la stavano cercando, era già trascorso parecchio tempo da quando si era allontanata.
Aveva appena iniziato la via del ritorno, quando si fermò all’improvviso rendendosi conto di dove veniva quell’aria fredda: proprio davanti a lei si stavano materializzando due figure; capì subito che stava per assistere al fenomeno di cui aveva sentito dire in giro. Si fregò gli occhi, perché non riusciva a credere a quanto le stava accadendo; impaurita, cercò di scappare, ma una voce dolce, gentile, delicata, le chiese di non andarsene e di non temere. Le gambe non le ubbidirono e così, suo malgrado, rimase immobile, attratta da parole che nel vento sembravano una sinfonia.
«Concetta… Concetta… possiamo risolvere i tuoi e i nostri problemi… insieme… Non spaventarti, non vogliamo farti del male… Non andartene anche tu… Aiutaci… ».
Davanti a Concetta c’erano due ragazzi sorridenti, che si tenevano per mano e indossavano abiti d’altri tempi: sembravano immagini riflesse in un grande specchio; Concetta si voltò nell’istintiva ricerca di persone in carne e ossa, ma non vide nessuno. La paura lasciò presto il posto alla curiosità e Concetta, senza sapere da dove le venisse la voce, si udì rispondere: «Che cosa volete da me? Come posso aiutarvi?».
«L’amore è più forte della morte: nel nostro destino era scritto che avremmo potuto riprendere la nostra esistenza così tragicamente interrotta soltanto se qualcuno avesse avuto fiducia in noi. Tu non sei fuggita; con il tuo coraggio ci hai dato una nuova opportunità; le nostre anime riavranno un corpo; non saremo più costretti a vagare per il paese e avremo finalmente, dopo tanto tempo, un’esistenza normale».
Prima che potesse pienamente rendersi conto di ciò che le stava accadendo, Concetta si ritrovò da sola al buio; intorno a lei l’aria era immobile e il silenzio era interrotto solo dai grilli. Pensando di aver sognato, la ragazza riprese di corsa la strada di casa.
Sul punto di varcare la soglia, dimenticò il castello, la legenda, lo strano vento freddo e sentì l’angoscia stringerle il cuore: la realtà della partenza la riafferrò e il forte dolore che per un attimo l’aveva lasciata la riprese.
Sforzandosi di non piangere, entrò in casa… ma… si accorse subito di qualcosa di strano: il corridoio, prima ingombro di valigie, era vuoto; nelle stanze buie c’era il silenzio di una giornata qualsiasi; non si sentivano più le voci che si sovrapponevano…
«Concetta, dove sei stata? Ti abbiamo cercata dappertutto! C’è una novità… Non partiamo più… Sai il castello delle “Quattro Pizzule”? Ebbene, non ci crederai, ma poco dopo che sei sparita è arrivata in paese una coppia di giovani, che intende  trasformare il castello in ristorante e… indovina? hanno dato l’incarico a papà di responsabile del personale. A papà, capisci? Così, non si parte… papà… domani… ».
Furono in molti a chiedersi chi fossero i giovani; come mai avessero scelto proprio Novoli e il castello delle «Quattro Pizzule» per iniziare una nuova attività; perché con sicurezza si fossero diretti al loro arrivo proprio dal padre di Concetta…
Nessuno ha mai trovato… E nessuno si è mai chiesto come mai in paese non apparissero più i fantasmi dei due giovani sposi sfortunati…
Solo Concetta sa la verità, che ora conoscete anche voi…
Vi basti ancora sapere che da quel giorno ormai lontano Concetta e i due giovani ristoratori hanno un’amicizia particolare, come particolare è la vicenda che lega le loro vite.

 
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