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Katia Zinetti, Premio Ava ex-aequo 2004 Stampa E-mail

 

Il nostro segreto



Non c’era niente di più bello e rilassante che starsene lì, accoccolata sulla mia poltrona preferita, con quella musica perfetta, il camino che riscaldava il mio nuovo appartamento di New York e quel vino così caldo e avvolgente; il suo profumo, così inebriante, riempiva tutta la stanza.
Ero assorta nei miei pensieri, quando il telefono cominciò a squillare. Mi precipitai a rispondere, erano le tre del mattino, chi poteva essere? La voce che sentii all’apparecchio era di una donna che mi chiese se volevo accettare una chiamata a carico del destinatario e io, non sapendo chi potesse essere, accettai. Aspettai qualche minuto e infine lei mi disse che potevo parlare. Non feci in tempo a dire nulla che sentii subito la voce tanto familiare di mio padre, quella stessa voce che mi disse, cinque anni prima, di non partire per l’America e di non lasciarlo da solo.
«Pronto, pronto!», la sua voce mi riscosse dai miei pensieri, sembrava agitato, ma non ci feci molto caso, lui era sempre nervoso! Mi chiese come stavo e come andasse il lavoro, ma riuscii a malapena a rispondere che mi bloccò subito.
«Roberta, tua sorella ha avuto un brutto incidente in macchina, adesso è all’ospedale, le hanno dato poche settimane di vita e chiede sempre e solo di te!». Rimasi ad ascoltare quello che mi diceva senza capire se mi stesse prendendo in giro; non poteva essere vero, Cinzia, così giovane e bella, così piena di talento, la mia «sorellona» sempre pronta a difendermi, stava per morire! Pensavo a mille cose, alla mia infanzia, all’adolescenza vissuta con lei. No, no, non poteva essere vero! Gli dissi che sarei partita il giorno seguente, con il primo volo. Quando lo salutai avevo le lacrime agli occhi, mi sentivo completamente svuotata! Poi la parte forte di me venne fuori; cominciai a fare le valigie, andando in giro per tutto l’appartamento cercando qualcosa da poter portare. Avevo la vista completamente offuscata dalle lacrime e quando finii i preparativi mi buttai su quella poltrona tanto accogliente e cominciai a piangere. Piansi così tanto e così a lungo che mi addormentai. Mi svegliai di soprassalto, pensando di aver sognato, di aver bevuto, la sera prima, un po’ troppo; ma andai in camera e vidi la valigia fatta sul letto. Capii subito che purtroppo era successo tutto, e veramente! Come prima cosa chiamai la scuola dove lavoravo come insegnante di psicologia in una prestigiosa università. Dissi che dovevo partire immediatamente per l’Italia, per problemi di famiglia. Alle otto del mattino mi trovavo già all’aeroporto. «Un biglietto per Milano Malpensa, per favore». Pagai e mi dissero che il volo era previsto per le dieci. Mi sedetti e aspettai. Quelle due ore sembravano interminabili, ma alla fine una voce all’altoparlante annunciò il mio volo.
Durante il volo pensai a Cinzia, alla favolosa ragazza che era e a quello che avevamo passato insieme. Aveva tre anni più di me, ma sembrava sempre la più piccola. Mi vennero in mente tanti episodi, ma uno in particolare: quando le dissi che volevo partire e fare carriera a New York lei fu l’unica che avesse avuto il coraggio di stare dalla mia parte, anche quando lo dissi a papà. Mi difendeva sempre e non mi lasciava mai da sola.
Quando l’aereo atterrò, avevo il cuore pesante e pieno di tristezza. Scesi, e vidi subito mio padre che mi aspettava. «Andiamo subito in ospedale!». Senza aspettare una sua risposta mi avviai alla macchina, quasi correndo. Dopo circa un’ora di strada arrivammo e mi precipitai subito da lei. Quando la vidi rimasi senza fiato, era attaccata a delle macchine per farla respirare, aveva la flebo e sembrava tornata una bambina, quella bambina che io adoravo! Quando mi sedetti e le presi la mano si svegliò e mi sorrise. Cominciai a piangere e a parlarle, ma lei mi zittì. Mi accarezzò debolmente la mano e mi disse: «Ti ricordi il nostro posto segreto?». Risposi di sì, anche se non avevo la minima idea di cosa stesse parlando. «Allora mi devi promettere una cosa: devi tornarci, e finire quello che avevamo iniziato». Le sorrisi e le dissi che le promettevo tutto quello che voleva, ma doveva restare viva, doveva farlo per me! Dopo un paio d’ore passate a osservarla mentre dormiva, decisi che era ora di tornare a casa.
Quando arrivai, notai che era tutto come lo avevo lasciato cinque anni prima, dalle foto alle cianfrusaglie che la mia mamma collezionava. Corsi in camera mia, e mi buttai sul letto; non avevo mangiato niente ma mi addormentai subito.
Feci un sonno agitato, sognando di me e di Cinzia che ci rincorrevamo per le favolose colline di Gattinara in un bellissimo giorno d’estate. Potevo sentire il profumo dell’erba e dell’uva che stava maturando. Mi svegliai e mi ricordai della promessa fatta a Cinzia e decisi di andare a cercare il «nostro posto segreto». Erano passati tanti anni dall’ultima volta che ci ero andata, ma appena lo vidi mi ricordai di tutte le avventure che avevo passato con mia sorella e i nostri amici. Entrai in questa specie di baracca e cominciai a guardarmi intorno. Non sapevo cosa stavo cercando, cosa avevo iniziato con lei tanti anni prima che poi non avevamo finito? Senza accorgermene mi ritrovai davanti a una foto di me e lei abbracciate, con in mano un gattino di pelouche. Non so perché, ma quel gatto mi ricordava qualcosa, qualcosa di importante! Lo cercai in giro, ma niente, non c’era più. Feci per andarmene ma mi accorsi di non aver controllato dentro la credenza dove Cinzia metteva sempre le sue cose più segrete. Lo trovai, e quasi urlai per la gioia! Notai che aveva qualcosa attaccata al collo: era un pezzo di carta, dove c’era scritto il modo per fare il nostro segreto: il nostro vino! Cercai ancora in giro, e finalmente vidi l’ampolla dove avevamo messo l’infuso non ancora terminato. Mancava solo un ingrediente: quella speciale uva che avevamo piantato quando eravamo ancora piccole. Andai fuori a cercarla, ed ecco lì la vite, bella e forte davanti a me. Staccai un acino, era dolce come il miele e aveva quel sapore che hanno solo le cose speciali. Corsi di nuovo nella baracca con in mano un grappolo enorme e comincia a spremerne gli acini. La stanza si riempì di un odore forte e caldo. Finii quando ormai fuori era già buio; andai a casa, mangiai qualcosa di veloce e andai a letto.
Il giorno dopo tornai e vidi che l’infuso, dal color rosa pallido, era diventato di un favoloso rosso rubino. Lo assaggiai e la stanza cominciò a girare, facendomi catapultare con la mente alla mia adolescenza. Avevo talmente tanti bei ricordi, e quell’innocenza che solo una ragazzina può avere e che, crescendo e diventando grande, perde. Mi accorsi che avevo lasciato andare molte cose belle della mia vita, la spensieratezza, la voglia di giocare con la neve, tutte cose che adesso, insegnante affermata e donna adulta, non avevo più tempo di fare. Cominciai a piangere, ma non ero triste, era solo un pianto liberatorio. Osservai per bene il vino, aveva un colore di un rosso talmente intenso e bello; il suo profumo era inebriante, ricordava molto l’odore delle campagne e dei frutti maturi appena raccolti. Il sapore era caldo, deciso e avvolgente, quel caldo che solo un sole di luglio ti sa dare.
Presi la macchina e corsi da mia sorella con l’ampolla e il gattino di pelouche.
Non la salutai neanche, ma le misi davanti agli occhi i nostri tesori più preziosi. Li guardò con l’emozione e l’eccitazione negli occhi. Sembravamo tornate ragazze, quelle stesse ragazze che ridevano e correvano in giro per tutte le colline gattinaresi. Gliene feci assaggiare un po’, e quando mi guardò era felice. Mi disse grazie e si addormentò. Quella stessa sera morì.
Il giorno dopo andai di nuovo alla baracca, e ci restai per tutto il giorno a piangere; ma sapevo che era morta felice, perché finalmente avevamo finito «il nostro segreto».
Durante il viaggio di ritorno avevo il cuore triste, sì, ma allo stesso tempo leggero. Avevo tenuto per me l’ampolla e il gattino, per portarmi dietro il ricordo e l’insegnamento di una persona veramente speciale. Grazie a Cinzia, infatti, ero riuscita a ritrovare quella spensieratezza e quella voglia di vivere la vita, attimo per attimo.

 
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