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Stefania Riolo, Premio Ava 2005 Stampa E-mail

 

Alieni umani   

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Stefania Riolo

 

Dopo la catastrofe universale, avvenuta tre secoli dopo la morte di Bunch, re del Settimo Pianeta, quattro giovani si svegliarono da un lungo sonno. Per capire perché dormivano da tanto tempo e che cos’era successo bisogna tornare indietro, molto indietro…
Il Settimo Pianeta era vivo come la Terra, ma a differenza di essa tutto lì era artificiale: non esisteva la natura; gli alberi erano di plastica come qualsiasi altro vegetale; i fiori profumavano di essenze create in laboratorio; l’acqua dei mari e degli oceani aveva un colore stupendo, ma irreale: era di un azzurro limpido che talvolta sfumava nel verde. L’acqua, il fuoco, l’aria e la terra erano i quattro elementi che costituivano il pianeta, ma anch’essi erano stati mescolati da scienziati che odiavano la natura.
Non si sa come fosse nato questo pianeta, probabilmente gli abitanti di uno dei tanti corpi celesti dello spazio avevano buttato via materiali di rifiuto che si erano raccolti, formandolo.
Molti esseri popolavano quel cosmo costituito da sostanze riciclate; erano fisicamente simili agli umani, ma a differenza di essi non avevano sentimenti, non si innamoravano, non si arrabbiavano, non erano mai né tristi né contenti.
Tra queste creature fredde e incapaci di emozioni c’erano quattro giovani inseparabili: Josh, Warry, Cybill e Alyssa.
Josh era il leader del gruppo; alto, robusto, portava i capelli dritti grazie ai quintali di colla di pesce che si metteva sulla testa; non si lavava quasi mai per non rovinare il suo look. Con sé aveva sempre una chitarra elettrica che suonava limitandosi a schiacciare un pulsante a cui ogni tanto strappava un accordo.
Warry non parlava quasi mai e aveva sempre con sé una bottiglia di birra analcolica; era piccolo, magro e nessuno sapeva il colore dei suoi capelli, sempre nascosti da un cappellino a visiera messo al contrario.
Cybill, la ragazza dagli occhi di ghiaccio, era alta e slanciata; la sua folta capigliatura color biada, fatta di fibre sintetiche, era la sua fissazione: doveva essere sempre in ordine e lei la pettinava in continuazione con una spazzola che aveva sempre con sé. Indossava abiti aderenti e scollati e portava spesso scarpe col tacco.
Alyssa era l’esatto opposto di Cybill: bassa e cicciottella, aveva il visto coperto di lentiggini, era sempre disordinata e si vestiva con maglietta e pantaloni larghi. Spesso cantava e talvolta si divertiva a farlo accompagnata dalla musica della chitarra elettrica di Josh.
Josh, Warry, Cybill e Alyssa erano insieme come al solito quando  quel giorno improvvisamente avvenne la catastrofe: il Settimo Pianeta, colpito da un meteorite vagante, era finito addosso a Murphi, il corpo celeste abitato dagli uomini. C’era stato un terribile scontro tra forze naturali e l’inventato artificiale: il Settimo Pianeta aveva distrutto una parte di Murphi, dopo essergli finito addosso.
I quattro ragazzi erano sopravvissuti all’esplosione, perché essa fortunatamente aveva appena sfiorato il luogo in cui in quel momento si trovavano.
Dopo lo schianto gli abitanti di Murphi, angosciati, si riunirono per decidere che cosa fare. Molti di loro pensavano che la catastrofe fosse avvenuta per colpa dei Settimi (era questo il nome con cui veniva chiamata la popolazione del Settimo Pianeta), così la maggioranza decise di far guerra ai vicini. Inutilmente questi ultimi, che grazie alla loro avanzata tecnologica avevano saputo del meteorite, cercarono di spiegare l’accaduto tramite faxspaz (il fax dello spazio) per evitare un conflitto.
Bisogna sapere che i Settimi non potevano metter piede su altri pianeti, secondo le leggi del re Bunch, morto tre secoli prima. Violare quelle leggi era impossibile, perché Bunch aveva lasciato dei macchinari artificiali in grado di punire i trasgressori: molti in passato avevano perso la vita a causa di queste grandi macchine di metallo.
Cybill e Warry avrebbero voluto infrangere la regola pur di evitare la guerra, ma Alyssa li convinse a non farlo.
I Murphiani con navicelle spaziali arrivarono sul Settimo Pianeta e la lotta ebbe inizio. Gli invasori, che in fondo combattevano con creature create da loro, erano in molti e avevano armi potenti; in poco tempo occuparono buona parte del territorio nemico. Quando i Settimi capirono che per loro non c’era speranza, scapparono in massa. Solo i quattro ragazzi rimasero a difendere la patria. I Murphiani, pur sapendo che il pianeta di riciclo era fatto di sostanze nocive, non avevano però fatto bene i calcoli. Più di settecentomila morirono, perché avevano respirato le sostanze emesse dai vegetali o perché avevano cercato refrigerio nuotando nelle acque apparentemente limpide ma in realtà inquinate, o per allergie respiratorie provocate dai quattro elementi.
Così pochi giorni dopo la fuga dei Settimi, i Murphiani sopravvissuti si ritirarono, tornando sul loro pianeta con le loro navicelle.
Sfiniti dagli scontri, i quattro ragazzi si addormentarono profondamente.
Un anno dopo Josh aprì gli occhi e svegliò gli altri. Quello che videro e che li lasciò sbalorditi non era certo un bello spettacolo: il pianeta era deserto, c’erano vittime e rovine dappertutto!
I quattro ragazzi si diedero da fare e in breve tempo sistemarono il pianeta e aggiustarono tutti i Settimi meno danneggiati.
Mentre Josh stava cercando di raggiungere un ragazzo come lui, inciampò in un pezzo di metallo, cadde e improvvisamente smise di funzionare.
Alyssa, Cybill e Warry, lontani tra loro e occupati a riparare le «vittime», si accorsero dell’assenza di Josh soltanto quando qualche ora più tardi si ritrovarono insieme. Si misero subito a cercarlo e lo trovarono a terra: era umanamente morto.
In quel momento, straziati dal dolore per la perdita dell’amico, cominciarono a provare emozioni, stati d’animo, sentimenti: si accorsero in quel preciso momento di essere rimasti a difendere il loro pianeta perché lo amavano; Alyssa capì che non le piaceva cantare, ma che amava cantare e Cybill si innamorò di Warry.
I tre ragazzi capirono di non esser più semplici robot fisicamente simili agli umani, ma si sentirono umani dentro.
Dal momento del risveglio la loro vita aveva un senso.

 
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