spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Myriam Pietrovecchio, Premio Cittą di Varallo 2005 Stampa E-mail

 

Myriam Pietrovecchio  Uomo: nome comune di cosa

 

«Senta, a me non importa assolutamente nulla che a meno di un chilometro dal campo profughi ci siano persone che possono sgozzarmi! Le dirò di più: l’unica cosa che mi rode il fegato è sapere che ci sono uomini che non hanno la certezza di arrivare vivi all’alba di domani… ».
«Guardi… Veramente… ».
«E non me ne frega nulla nemmeno delle sue raccomandazioni! Non potranno mai uscire dall’oblio in cui si trovano, se continuano a essere ostacolati da persone come lei!».
Così dicendo era uscita di corsa dall’ufficio del suo capo, sfinita per quei dieci minuti di conversazione che le avevano procurato l’ennesima ulcera allo stomaco.
Aveva scelto di fare il medico quindici anni prima quando, andando a trovare alcuni amici immigrati, questi le avevano raccontato di come fosse quasi impossibile avere assistenza medica nel terzo mondo, le persone vivevano in uno stato di abbandono: la degradazione più totale le attanagliava trascinandole via da un sistema a cui davano fastidio, la loro colpa era quella di non essere all’altezza della concorrenza e la loro pena quella di essere condannati a morire senza difensori che potessero aiutarli.
Finita l’università sapeva già dove cercare lavoro: tutto il mondo dei poveri cristi aspettava lei, anzi, era lei che aspettava loro, immaginava i loro volti come la futura madre vede il suo cucciolo tra le sue braccia; attendeva in ansia i loro passi come una donna attende il ritorno del figlio dietro la porta di casa; li sentiva ridere e giocare e gridare di terrore come i bambini quando si svegliano da un incubo e chiedono solo un po’ d’amore, prima di riaddormentarsi.
Si mise lo zaino sulle spalle, ne bilanciò il peso sul corpo esile e s’incamminò verso il fuoristrada che l’avrebbe condotta in una delle meraviglie della terra: la savana.
Il villaggio, un ammasso di tende verdi di diverse dimensioni, era già a conoscenza del suo arrivo. Una quarantina di ragazzi sudici si fece largo tra l’aria calda e umida, correndole incontro e chiamandola per nome: era tornata colei che non aveva paura di lottare per difenderli, che sapeva arrivare dritta al sodo dei problemi, come un tornado, e risolverli, a costo di buttar via l’intera sua vita per cucire le ferite di un continente lacerato dagli sciacalli.
In ambulatorio l’attendeva l’équipe: due amici di corso all’università, quattro infermieri locali e un numero imprecisato tra addetti alle pulizie e altre mansioni, gente del posto che lavorava per pochi dollari alla settimana.
In un anno era riusciti a far nascere un centro di cura degno di essere chiamato «ospedale», provvisto di due sale operatorie a cento posti letto, in cui i feriti da mina si alternavano alle donne che partorivano e ai nuovi arrivati, che rischiavano di morire di fame, sete o qualche altra malattia che qui chiamano con nomi pomposi, rievocando le vacanze ai tropici.
Quando si sentiva vincere dalla stanchezza del lavoro si arrabbiava con il mondo: un’enorme palla che gira nel vuoto e obbliga tutti i suoi ospiti a stargli dietro, a correre senza mai riposarsi per non soccombere sotto i passi degli altri. Le sue ulcere raddoppiavano quando veniva tormentata dalle mille preoccupazioni che il pianeta le lanciava nel cervello: allora era costretta a stringere i denti e affrontare l’ennesima notte in bianco per non perdere il vantaggio in quel moro perpetuo che la legava al genere umano in una corsa senza fine.
Decise di lasciare il campo per qualche mese, portavano andare avanti senza di lei. Avrebbe partecipato a un progetto a seimila chilometri a ovest dalla sua tenda.
Gli aerei che solcano i cieli del terzo mondo regalano emozioni uniche, ovviamente sono esclusi dall’insieme gli aerei di linea: quelli che offrono il pranzo e le bottiglie di champagne a bordo. Quando ti trovi su un bimotore che ha vissuto la seconda guerra mondiale, ti vengono in mente le domande più stupide e divertenti che la mente può concepire. Quando voli nei cieli assolati dell’equatore e l’aereo su cui ti trovi inizia a tossire, è probabile che tu ti chieda addirittura se il viaggio finirà prima dell’arrivo. Per qualche minuto te ne stai a duemila metri su un trabiccolo che saltella gioioso nell’aria, mentre l’adrenalina fluisce come l’olio nel tuo corpo sudato per il collasso di nervi che rischi da un momento all’altro. Il panico, il più delle volte, termina con l’atterraggio: la danza aerea si tramuta in un ballo tribale sulla terra, il contatto delle ruote sulle pietre si alterna in un ritmo frenetico che persiste sino a quando la giostra si ferma. Saltando a terra ringrazi tutti i santi di cui ti ricordi il nome e improvvisi frasi senza senso con cui cerchi inutilmente di descrivere la magia dello stato di trance che hai appena vissuto.
Il mondo che l’avvolgeva era di un colore leggermente più vivo di quello che aveva lasciato qualche ora prima: qui c’erano case di mattoni, persone, cani, automobili. Il cielo era coperto a tratti da lunghe nubi semitrasparenti che si perdevano all’orizzonte, trascinate da chissà quale corrente d’aria.
Entrò nella casa a tre piani che l’avrebbe ospitata per tre mesi.
In una stanza colorata una donna di mezz’età giocava a palla con alcuni bambini. Le venne incontro il responsabile della struttura: un signore alto, ben piantato, con gli occhi luminosi e un bel sorriso che creava una larga fessura tra la barba e i baffi bianchi; poteva avere un’età compresa tra i cinquantacinque e i sessantacinque anni. Si scambiarono le ultime notizie sui rispettivi progetti e poi parlarono a lungo sulla situazione critica di alcuni ragazzi che erano stati ospitati di recente. «Uno di loro ha cercato di impiccarsi o almeno ci ha provato, fortunatamente il chiodo a cui aveva attaccato lo spago non ha retto al peso, l’abbiamo trovato a terra: una caviglia slogata, due punti di sutura alla testa e gli occhi in fiamme per la rabbia e la paura di ricominciare a vivere». «Dove si trova adesso?». «E’ in una stanza del secondo piano, la terza a sinistra». «Ok, vado su a trovarlo».
Lui era sdraiato sul suo letto, la guardava dritto negli occhi, senza timore, con gli occhi limpidi e profondi di chi è cresciuto in fretta e sa benissimo che la vita non è una favola per bambini stupidi. Lei lo guardava nello stesso identico modo. «Pensavi fosse così facile uccidersi?». «Sì, ho solo sbagliato tecnica». «Esatto… Sai perché ho scelto di fare il medico?». «Sì, i medici salvano la vita alle persone». «E sai perché sta loro a cuore la vita delle persone? Perché amano la vita tanto quanto amano le persone. Non importa se non conosciamo chi abbiamo di fronte, per noi è un miracolo da difendere, da proteggere». «Io non ce la faccio più a vivere, sto impazzendo». «Non stai impazzendo, stai solo diventando grande. Questo è il periodo più difficile della tua vita: quando hai voglia di urlare ti fanno stare zitto e ti senti come una bomba che sta per esplodere». «Perché nessuno mi capisce?». «Perché adesso parli una lingua incomprensibile, a volt non ti capisci nemmeno tu».
In cinque minuti erano diventati una squadra e grazie a poche parole lui era cresciuto, diventando un piccolo uomo. Nei mesi che seguirono lei ringraziò mille volte Dio per averle regalato un interprete capace di tradurre le frasi dei grandi per i più piccoli.
Al termine del progetto umanitario, si trovarono per salutarsi e piansero insieme per l’imminente separazione. «Grazie per avermi aiutato a crescere». «Grazie per avermi insegnato a rimanere bambina».
Entrò in un locale per bere qualcosa di fresco prima di partire, più si guardava intorno e più assimilava i comportamenti vivaci e schietti della gente che abitava le strade del paese, si sentiva fondere l’anima con le cose, con i discorsi e con quel profumo acre che mescolava tutto ciò che vedeva in un’unica sensazione al limite della dimensione umana. Fu strappata da quella realtà bruscamente: «Ne vuole un’altra?». «Scusi?». «Vuole un’altra birra?». «No, grazie». «Lei è il medico che ha salvato mio figlio, lo sa?». «Suo figlio?!». «Sì, quello che voleva ammazzarsi con un pezzo di spago e un chiodo arrugginito… Posso chiederle una cosa?Come ha fatto?». «Sono nata il 6 maggio, in un paese dove il conflitto tra i personaggi antichi e i nuovi volti moderni si sta attenuando col passare degli anni. Le storie della guerra e della fame ormai non le narra più nessuno e coloro che vissero gli ultimi quarti della loro vita istruendo i nipoti sulle vicende passate non possono far altro che rivoltarsi nelle loro buie e fredde tombe. Solo in qualche vena periferica rimasta incontaminata dall’inquinamento del disfattismo umano, riaffiorano a tratti antichi comportamenti che conducono il pensiero a ricordi depositati nel fondo della memoria dei secoli. In quei momenti vorrei non essere mai nata: la voglia di lottare fino allo stremo delle forze per cambiare i sistemi di una civiltà che schiaccia i più piccoli apre la strada a un’infinita angoscia, che mi fa vivere da eremita in mezzo alla folla e alla follia dell’uomo tecnologico, spietato, così attuale e così diverso dai miei ideali. Sono passati trentadue anni dal giorno in cui mia madre smise di urlare dopo cinque ore di travaglio, lasciando il dolore viscerale di un parto difficile per iniziare una nuova vita. Tre decenni in cui si è srotolata la mia odissea nel mondo a cui non mi sento per niente legata. Tre decenni passati a studiare le persone che mi stavano intorno e quelle che avevano vissuto lontane da casa mia e poi si erano trovate lì, scappate da una guerra eterna tra popoli diversi, eppure così simili al mio. Tre decenni per capire che il mio compito sulla terra e porre fine alla mia odissea trasformandola in missione. Quando avevo due anni i miei decisero di fare le valigie a trasferirsi in Africa, lì è nato mio fratello; a tre anni sono tornata in Italia, ma già così piccola avevo subito cambiamenti interiori di cui non mi rendevo assolutamente conto. Negli anni che seguirono iniziò a crescere in me il desiderio spietato di combattere l’ignoranza che ostacola l’unione di culture diverse, spingendole a odiarsi invece di interagire costruendo un futuro più completo e dinamico. Il mio dolore si faceva più grande quando, da piccola, raccontavo l’esperienza della mia famiglia e spiegavo agli uditori che le persone diverse devono essere integrate, fatte sentire a loro agio, perché quando poi iniziano a parlare hanno verità universali da dirci e possono farci capire che il donare amore verso culture diverse porta a ricevere un’apertura mentale che consente di districare i nodi di una civiltà moderna che ha paura di essere superata dalle altre: il mio dolore si faceva più grande quando gli uditori non udivano. Perché ero piccola? No. Loro erano piccoli e io ero troppo grande per loro e avevano paura di essere superati, come le civiltà moderne». Pagò la birra, prese lo zaino e uscì dal locale. Destinazione: Milano. La attendeva un breve periodo di vacanza, dopo gli ultimi mesi passati in ospedale, l’unica cosa che desiderava ora era riuscire a dormire senza essere svegliata nel cuore della notte dai rumori della guerra che tanto odiava.
In aeroporto riuscì a trovare un volo per l’Italia, sarebbe arrivata il giorno successivo, a metà mattina.
Girò la chiave nella serratura, sentì il chiavistello spostarsi e fu invasa dal profumo della torta di mele che ancora cuoceva nella stufa a legna. Buttò a terra lo zaino e si sentì agguantare dalle stesse mani che l’avevano introdotta alla vita sulla terra.
Il fiume di parole che scaturiva dalla gola di sua madre la riportò indietro nel tempo, gli anni in cui ancora non conosceva il pianeta in cui era destinata a vivere.

 
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB