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Elena Tonin, 2006 Stampa E-mail

 

Premio Turismo Valsesia Vercelli 2006

 

Oltre il portone


Profumo di ginestre, profumo di acacie, di fieno: l’aria ne è satura e io mi ci perdo. E’ una giornata limpida, tersa, calda ma non ancora afosa, questa prima domenica di giugno che quest’anno è un po’ più fresco del solito. Con la vecchia 500 azzurra sto vagabondando per le colline del mio Piemonte, Langhe e Roero, che in un giorno come questo ti riempiono gli occhi e il cuore. Adoro fare questi percorsi, senza fretta, con la mia «azzurrina», gustandomi i panorami stupendi che questa terra offre: colline racchiuse in lontananza dalle Alpi con le punte ancora bianche. Di solito la mia amica Gloria mi accompagna e insieme andiamo alla scoperta di angoli particolari, di borgate e paesi dove il tempo sembra essersi fermato e i ricordi riprendono vita. Oggi però avevo voglia di un tour solitario: ogni tanto è bello stare soli con se stessi. Raggiungo un gruppo di vecchie case che ne attorniano una più grande, con un grosso cortile chiuso da un alto muro in mattoni e un grande portone di legno dove il tempo ha lasciato i suoi segni. Tutto è immerso in un silenzio surreale e anche il sole che si sta abbassando per il tramonto rende magica l’atmosfera: gira e rigira è trascorsa quasi tutta la giornata. Mi fermo e scendo. Voglio ancora esplorare questo luogo, così «l’azzurrina» riprende un po’ «fiato»: è una vecchia signora, non dimentichiamolo!
Nei vicoli tra una casa e l’altra non c’è anima viva, non incontro nemmeno gatti sonnacchiosi e, guardando meglio, mi rendo conto che è un borgo disabitato: cammino, cammino lentamente. A un tratto mi pare di sentire dei rumori: provengono dalla casa con il cortile. Man mano che mi avvicino mi sembra di riconoscere il suono di una fisarmonica e un vociare sempre più intenso l’accompagna. Sono ormai a ridosso del vecchio portone: lo spingo, mi addentro nel cortile e... mi ritrovo in mezzo a una festa. Gente che balla, parla, ride: è un rinfresco di nozze... Mi si avvicina un giovane.
«Ciao, tu devi essere Emma la figlia della Piera da Torino: ti stavamo aspettando. A proposito io sono Luciano, ma vieni che ti presento gli altri».
Lo seguo in mezzo a quelle persone festose e in quell’attimo la guerra mi sembra lontana, svanita.
E’ un bel ragazzo con i capelli chiari e uno sguardo rassicurante e mentre per mano mi conduce verso gli sposi, ho la sensazione che da quel momento ne faremo parecchia di strada insieme.
«Loro sono Gina e Mario e oggi noi tutti siamo qui per festeggiare le loro nozze: sai, la vita deve continuare, non bisogna arrendersi, si deve sperare e soprattutto lottare».
«Ciao, io sono Marisa, lei è Anna e loro sono Paolo e Vittorio, ma vieni e raccontaci cosa succede in città» si presenta una ragazza alta e bruna invitandomi a sedere su una sedia accanto alla sua.
«La situazione è critica: ogni giorno ci sono bombardamenti e retate. La gente viene portata via con la scusa dei controlli e tanti non ritornano più alle loro case. Il cibo scarseggia e il pane si trova solo alla borsa nera, anche se si dice che i nazifascisti siano ormai in ritirata e che presto ci sarà una svolta. Ma anche qui ho saputo che ci sono novità».
«Si, è vero» dice Luciano. «Ci siamo organizzati in gruppi per appoggiare i cittadini che hanno bisogno di aiuto e per far giungere più viveri possibili in città: qui in campagna, per fortuna, cibo ne abbiamo ancora a sufficienza. Ci servono però persone pratiche della città, qualcuno che ci aiuti a muoverci senza incappare nelle dogane fasciste e a sfuggire ai controlli».
L’entusiasmo con cui parlavano era contagioso.
«Se volete io sono sempre vissuta in città: potrei esservi di aiuto». «Ma è rischioso e tu sei stata mandata qui in paese per essere al sicuro: cosa penseranno i tuoi parenti?». «L’avete detto anche voi, bisogna sperare, non arrendersi e ognuno deve fare la sua parte, piccola o grande, se vogliamo costruire una società migliore e continuare a vivere». Alzo lo sguardo e incontro quello di Luciano: i suoi occhi luccicanti lasciano trasparire gioia mista a preoccupazione. «Sei sicura di volerti unire a noi? Non sei obbligata a farlo».
«Certo, anch’io voglio un futuro diverso e questa è la mia occasione». «Bene, domani all’alba si parte. Abbiamo dei viveri da consegnare. Più tardi ti metteremo al corrente del nostro piano, ma ora vieni, andiamo a ballare, festeggiamo i nostri amici». Certo, «nostri» perché anche se ero da poco arrivata in quel luogo, mi sembrava di esserci sempre vissuta, di conoscere ognuno di loro. Sì, da bambina, quando la nonna era ancora viva, qualche giorno d’estate l’avevo trascorso tra queste colline, ma ero troppo piccola per ricordare... E’ l’alba: ci troviamo nel cortile della chiesa dove ci aspettano le biciclette che Don Luigi ci ha procurato. Carichiamo patate, farina e del formaggio che dobbiamo recapitare a Don Giulio della parrocchia di Santa Margherita: ci attende un viaggio lungo e faticoso, pieno di rischi e pericoli. «Luciano, mi raccomando che questi documenti giungano a Don Giulio a tutti i costi» dice Don Luigi consegnandogli una Bibbia al cui interno sono nascosti i fogli ripiegati. «C’è in gioco la vita di parecchie persone». «A costo della mia di vita», dice Luciano serio in viso. E, in quel momento, capisco che è un uomo così, determinato e coraggioso, che voglio al mio fianco e che sono pronta a seguirlo in tutto. Il viaggio è lungo e per ben due volte sfuggiamo ai posti di blocco fascisti: alla fine la nostra missione si conclude e sarà per me la prima di una lunga serie al fianco di Marisa, Anna, Paolo, Vittorio, Gina, Mario ma soprattutto di Luciano, il mio uomo. E’ domenica: Don Luigi ha appena terminato di celebrare la messa Vespertina. Il sole è ancora caldo in questo inizio di serata estiva. «Ci troviamo nel cortile della Marisa» dice Vittorio, «per una merenda sinoira». Siamo tutti insieme, di nuovo, per un raro momento di normalità: un gruppo di ragazzi di circa vent’anni che cercano di vivere un attimo di spensieratezza della loro gioventù, al suono di una fisarmonica.
Passeggio nel grande cortile in direzione opposta alla musica, verso il grande portone che lo racchiude: è socchiuso, lo spingo e lo oltrepasso...
La mia «azzurrina» è ancora lì che mi aspetta nel tramonto. Il portone si richiude su quell’estate del ‘44 in cui i miei nonni si erano incontrati per la prima volta dando origine al mio presente e il racconto della nonna che ho appena rivissuto in prima persona ritorna nei ricordi più cari della mia memoria. Rimetto in moto e mi riavvio verso casa con la cappotte aperta e con il riecheggiare nella mente dei versi di una poesia che sin dai tempi della scuola media, quando l’ho letta per la prima volta, mi porto dentro e mi emoziona:
Una fila lunga, lunga fanno gli uomini / col passare del tempo, / dandosi la mano l’un l’altro / da un secolo all’altro / e chi vien prima a chi vien dopo / dice ciò che ha scoperto e inventato / e così nessuno muore ma rivive negli altri / ... / perché la storia continua sempre, / e noi ci siamo dentro / e la storia continuerà ancora dopo di noi / e noi saremo in essa...

 
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