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Baravaglio, Comoli, Macco 2006 Stampa E-mail

 

Tre premi della Comunità Montana Valsesia 2006

 

Lilla

di Erica Baravaglio

Elisa è una ragazzina di undici anni, alta, con i capelli biondi, lunghi fino alle spalle e gli occhi azzurri. E’ molto socievole e ha molti amici. Non si arrende mai e ottiene sempre quello che vuole. Vive in un piccolo paese di montagna con i suoi genitori. Abita in una casa piccola circondata da un cortile, dove, quando il tempo lo permette, gioca con i suoi amici. Fin da piccola ha sempre desiderato un cane, ma i suoi genitori non l’hanno mai voluto. Così, quando il giorno del suo undicesimo compleanno si trova di fronte un piccolo batuffolo caldo, marrone, con un grande fiocco rosso al collo, non crede ai suoi occhi...
All’inizio Lilla (così Elisa ha chiamato la sua cagnolina) è spaesata: se ne sta buona buona nella cuccia: e ogni tanto guaisce, ma, quando Elisa si avvicina e l’accarezza, smette subito. Lo smarrimento dell’animale però svanisce presto e con esso svanisce anche la tranquillità in casa di Elisa.
Un mattino Lilla non è nella sua cuccia; Elisa la chiama e la cerca inutilmente in tutte le stanze; quando esce in cortile, resta a bocca aperta: la cagnolina si è intrufolata nell’orto, dove il giorno prima la mamma ha piantato le patate: forse in preda a una crisi di identità, l’animale ha riportato in superficie tutti i tuberi, lasciando il terreno in condizioni disastrose. E adesso guarda la padroncina con gli occhioni spalancati e le orecchie dritte, fiera di quello che ha fatto e in attesa di un premio. Intanto sulla porta è comparsa anche la mamma, che urla come una furia, dimostrando di conoscere una quantità incredibile di insulti e parolacce. Elisa ha il suo da fare prima a calmare la donna poi a rimettere a posto le patate. Stanca e ancora sporca di terra, prende Lilla in braccio e si improvvisa psicologa canina, parlandole a lungo per spiegarle che un cane è il miglior amico dell’uomo, non una ruspa né tanto meno un trattore. Il «trattamento» dura una settimana ed Elisa è soddisfatta dei risultati, perché per qualche giorno Lilla è obbediente e gioca tranquilla con la coperta della sua cuccia. La normalità sembra essere tornata, ma un pomeriggio in cui la cagnolina resta a casa da sola fa lo slalom in mezzo ai vasi di fiori della nonna e il risultato è un vero disastro! Cocci, terra, foglie, petali sono sparsi ovunque! Elisa, che quella sera è la prima a rientrare a casa, vince a stento l’istinto besticida che l’afferra e che Lilla probabilmente intuisce, perché si nasconde e non risponde ai richiami della padroncina. Con tanta pazienza e reprimendo l’ira, la ragazza rimette tutto a posto, pulisce e quella stessa sera riprende le sedute terapeutiche per insegnare questa volta a Lilla che un cane non deve allenarsi in alcuna specialità, perché non esistono campionati canini!... Fortunatamente nessuno si è accorto di nulla, ma a Elisa vengono i brividi, quando qualche mese più tardi a tavola la nonna dice: «Il prossimo anno devo cambiare fioraio. Vincenzo quest’anno mi ha truffato... Evidentemente anche lui vuol guadagnare in modo disonesto: non si è salvato un solo geranio di tutti quelli che ho comprato nel suo negozio e che sembravano così belli. Togliendoli dai vasi, ne ho trovati molti senza radice! Andrei a dirgliene quattro, visto che lo conosco da vent’anni, ma ormai è passato troppo tempo da quando li ho comprati e non ha senso protestare...
Crescendo, Lilla dimostra una vera passione per cuscini, pelle e imbottiture di sedie, divano e poltrone; i suoi bianchi denti si affondano dappertutto senza pietà ogni volta che rimane da sola. – Quel cane è un flagello! Non più rimanere ancora in casa! – grida il padre di Elisa; il trasloco in garage è inevitabile, ma la nuova sistemazione dura solo qualche giorno, perché la domenica successiva, quando l’uomo decide di fare come d’abitudine un giro in bicicletta, scopre che non c’è più la sella e che delle ruote sono rimasti solo i cerchioni!!
Così la mattina dopo l’uomo si improvvisa muratore e piazza un cancelletto di ferro, che relega forzatamente Lilla in cortile. Ma Lilla non è d'accordo: tranquillizzata dalla novità dei grandi lavori, se ne sta in un angolo a osservare, ma quando capisce di essere stata messa di nuovo alla porta, prima dissemina il cortile di buche, poi smura il cancello ed entra tranquillamente in casa, davanti agli occhi esterrefatti del padre di Elisa, che, vedendolo sbiancare all’improvviso, teme per la sua salute... – Elisa, ora basta! Ti avviso per l’ultima volta: o educhi questa bestiaccia o come è entrata, se ne va, parola mia! –
 Elisa prepara un programma dettagliato, ma i suoi sforzi sembrano inutili: già la solita passeggiata è un disastro, perché non si capisce se è lei a portare a spasso il cane o se è il cane a portare a spasso lei...
Un pomeriggio, poi, mentre distrutta dalla fatica si riposa sulla panchina del parco e Lilla è accucciata beata ai suoi piedi, passa vicino a loro un vecchietto. Ha un bastone, un giornale sotto il braccio, ma anche, purtroppo, delle scarpe gialle e verdi, che scatenano chissà che cosa nella mente canina di Lilla. E’ un attimo: Lilla punta il malcapitato, dà uno strattone al guinzaglio, che Elisa non tiene saldamente, e rincorre il poveretto, che lascia cadere il bastone, il giornale e, dimenticando reumatismi e acciacchi, dimostra un’agilità inaspettata, precipitandosi verso l'uscita del parco. Alla scena assiste anche un ragazzo, che, quando Lilla gli passa vicino, afferra il guinzaglio, mettendo fine alla pazza triplice corsa del vecchio che urla, del cane che abbaia, della ragazza che chiama inutilmente l’animale.
 – Ti manda il cielo! Grazie – dice Elisa senza fiato e con le lacrime agli occhi.
– Questa è la goccia che fa traboccare il vaso: ha ragione papà, non possiamo più tenere quest’animale! – ed Elisa si trova a raccontare tutto al ragazzo, che l’ascolta con attenzione. – Il tuo cane ha bisogno solo di due cose: deve capire chi comanda e soffre di solitudine – dice il ragazzo. – Sono volontario da cinque anni in un canile, fidati! Se vuoi, ti aiuto io con lui, ops, scusa con lei... –
Elisa alza gli occhi: il ragazzo ha i capelli ricci e gli occhi verdi; è alto, robusto; ispira simpatia e fiducia. – Davvero mi aiuteresti? – gli chiede Elisa
– Certo, vieni, sediamoci e vediamo subito che cosa si può fare... –I due parlano a lungo e fissano il piano per addestrare Lilla. Poi, giorno dopo giorno insieme lo mettono in pratica, insieme affrontano le difficoltà, insieme superano gli insuccessi e insieme trasformano Lilla in una cagnolina sempre vivace, ma con alcune regole da seguire, e insieme trovano anche il tempo per andare ogni giorno al canile. Tra i due nasce un’amicizia forte e vera, e Lilla, quando guarda la padroncina, ha negli occhi una strana luce: forse quell’incontro non è stato un caso?

Luigi

di Erica Stefania Comoli

Il cielo sereno e quel sole che mi illumina mentre mi avvio a scuola mi fanno sentire già in vacanza; ormai è giugno, l’anno scolastico volge al termine ed io sono molto leggera, completamente senza preoccupazioni, tanto che i miei piedi si staccano dal suolo e comincio a volare. Mi sembra di nuotare nell’aria; l’asfalto e il cemento lasciano presto lo spazio a prati e alberi e intorno a me sento danzare colori e suoni estivi... DRIIIIIIIIIIIN! La sveglia! Sono già le 7:30! – Cecilia! Cecilia alzati, è tardissimo! – Mia sorella Chiara mi sta chiamando a gran voce e io mi rendo conto che stavo sognando. In pochi minuti sono pronta, passo in cucina, faccio colazione, poi mi copro per bene per uscire nel freddo di febbraio che aspetta. Quest’inverno proprio non vuole finire! lo e Chiara camminiamo fianco a fianco verso la scuola, un insolito silenzio ci divide; lo ripenso alla scoperta sensazionale che ho fatto ieri, durante quella che amo definire fra me e me la «visita pomeridiana», mentre la mia sorellina è preoccupata per il litigio avuto con la sua migliore amica. La giornata a scuola per lei sarà lunga, ma anche per me, non riesco a togliermi dalla mente quella fotografia. DRIIIIIIIIIIIIIN! La campanella! Finalmente le lezioni sono finite, il tempo è passato in maniera insperatamente veloce. Mi tuffo di nuovo nel freddo e procedo con passo rapido per non arrivare in ritardo al mio appuntamento quotidiano con Luigi. Lo vidi per la prima volta quasi un anno fa, in un gelido pomeriggio d’inverno. Sedeva su di una panchina nei pressi della stazione ferroviaria, indossava un logoro cappotto rimediato chissà dove, i piedi nudi affondavano in vecchie scarpe informi. Accanto a lui, due sacchi di plastica, il suo guardaroba e una bottiglia di vino di una marca scadente. Mi avevano subito colpito i suoi occhi, attenti e vigili, come se nel suo animo, a dispetto delle sue condizioni materiali, continuasse ad ardere un amore per la vita che in pochi avevo visto. Forse per questo avevo deciso di avvicinarmi a lui. Inizialmente restio a parlare si era rivelato presto un grande conversatore. Aveva una cultura enorme e ciò mi aveva lasciato perplessa; non riuscivo a capire come un uomo così potesse essere caduto tanto in basso. Da quel giorno lo andai a trovare sempre più spesso, fino ad arrivare a incontri quotidiani con questo padre putativo che mi aiutava nel compiti e mi sosteneva nei momenti di sconforto con una sensibilità che nessuno avrebbe detto potesse appartenergli. Gli incontri si sono susseguiti fino a ieri, quando sono arrivata in anticipo rispetto al solito orario. L’ho trovato triste, a contemplare un foglietto logoro. Avvicinandomi mi sono resa conto che si trattava di una fotografia; lui si è accorto della mia presenza e l’ha nascosta subito, ma ho visto chiaramente che raffigurava una ragazzina fra i quindici ed i sedici anni. A giudicare dal vestiti che indossava la ragazza ritratta, la foto doveva essere stata scattata negli anni ‘80, i tempi della disco music. La curiosità era grande, ma avevo imparato da tempo che Luigi era sempre disponibile a discutere di storia o letteratura, ma quando gli ponevo domande sulla sua vita diventava scostante e cambiava discorso. Non ho chiesto nulla, mi sono limitata a dirgli che avevo in programma un’interrogazione su Leopardi e lui mi ha parlato a lungo di quel poeta triste che non aveva saputo vivere la sua giovinezza e che aveva amato donne che non lo ricambiavano. Terminata la «lezione», ho guardato a lungo il mio amico negli occhi, in silenzio, e anche lui mi guardava, con un’espressione seria e piena di dolore.
– Che vuoi sapere?Avanti, non stare lì impalata, dì qualcosa.
– Ecco, forse non dovrei impicciarmi dei fatti tuoi... ma quella foto... chi è? Non è curiosità... è solo che...
– Vattene – mi ha detto Luigi, improvvisamente ostile e quasi nemico, ma poi, mentre con le lacrime agli occhi raccoglievo il mio zainetto e mi preparavo ad eseguire il suo ordine, mi ha afferrato il braccio e mi ha fatto sedere accanto a sé.
A capo chino e con le mani appoggiate sulle ginocchia mi ha parlato della giovane della fotografia... sua figlia... morta di droga a vent’anni.
Luigi mi ha raccontato del suo rimorso per non essere riuscito a salvarla, per non aver dato peso al segnali che da mesi avrebbero potuto fargli intuire che la ragazza, dopo avere iniziato a fumare una canna per non sentirsi diversa dagli amici, aveva finito per dipendere dalla droga al punto da rubare per poterla avere. La dolorosa perdita aveva portato Luigi a lasciare la direzione della grande industria ereditata dal padre e la famiglia, che ormai, senza la sua bambina, gli sembrava vuota ed inutile. Erano anni che non vedeva la moglie e gli altri tre figli e che viveva su quella fredda panchina in quella via malconcia, per punirsi di non essere stato il padre attento che avrebbe voluto. Per un attimo sono rimasta immobile, senza sapere come comportarmi, sentendomi estranea al suo dolore, poi l’ho abbracciato, rendendomi conto che nulla di ciò che, in quel momento, un gesto affettuoso avrebbe avuto più valore delle parole. Ora sto percorrendo di nuovo quella strada che spesso ho percorso, piena di speranza e allegria, ma che ora per me rappresenta solo lo spazio che mi divide da un uomo solo che forse sta imparando a vedere in me quella bambina che aveva tanto amato e che non tornerà. Dopo un attimo di esitazione mi avvicino alla «casa» di Luigi e comprendo subito che, nonostante tutto ciò che è successo ieri, fra noi non cambierà nulla; continueranno le lezioni che mi garantiscono ottimi voti nelle interrogazioni e i consigli di vita di un uomo che della vita ha conosciuto anche troppo.

Dal romanzo autobiografico di Ethel Rose,

«Ethel Roswelt allo specchio Ethel Rose»

di Veronica Macco

Mi chiamo Ethel, ho un viso espressivo, su cui si riflettono come in uno specchio i sentimenti e le emozioni che provo; ho gli occhi azzurri, un naso piuttosto corto e sottile, una bocca ben modellata e sensuale, estremamente generosa, che può però sembrare maligna; ho i capelli biondi a dolci boccoli che mi arrivano fin quasi al termine della schiena. Sono alta un metro e ottantasei: una statura ragguardevole per il 1869, quando ero una giovane mortale. La mia natura di vampiro si rivela nella carnagione bianca e lucida; quando ero assetata di sangue, diventavo orrenda, con le vene che spiccavano come corde sulle ossa, ma ormai non permetto più che succeda. L’unico indizio che ancora consente di capire la mia vera natura sono le unghie, che in tutti i vampiri sembrano di vetro.
Ora sono una scrittrice di fama mondiale, i miei libri sono diventati tutti dei best-sellers e la Warner Bros ha in programma di portare sul grande schermo la mia recente trilogia. Fin da bambina ho sempre avuto la passione per la letteratura e per la scrittura, ed è stato proprio questo interesse a riportarmi in vita nel XXI secolo. Già… me ne stavo sepolta nel cimitero di Golden District, a Londra, quando cominciai ad avvertire una strana presenza, che si aggirava tra le tombe; presto scoprii che si trattava di una giovane vedova. Il marito era morto in Iraq, in un attentato kamikaze alla base militare dov’era in servizio e da quando la sua salma era tornata in patria, la donna passava tutte le sue giornate e a volte anche la notte seduta sulla sua tomba a piangere e a leggere. Leggeva per ore ad alta voce e l’ascoltavo anch’io... si trattava di romanzi inglesi, non c’erano dubbi: Mark Twain e Shakespeare erano i due autori preferiti, ma ce n’erano molti altri. Quelle letture riaccesero in me l’istinto vitale e mi spinsero a cercare di accumulare più forza possibile. Una notte tempestosa con estrema fatica e grandissimi sforzi riuscii a risalire in superficie. Mi nascosi nel ripostiglio del custode e attesi il mattino. Puntualmente alle prime luci dell’alba il cancello fu aperto e Anna, la giovane vedova, si avviò verso la tomba di John, suo marito. Era la prima volta che la vedevo: era una donna minuta, bassina e pallida; vestiva di nero e aveva con sé l’ombrello e un libro. Si sedette sulla fredda lastra di marino e cominciò la lettura ad alta voce.
– Signora, signora, ma è pazza? Se ne tomi a casa, su, si faccia una ragione – il custode aveva interrotto il silenzio, ma la donna non parve nemmeno sentirlo...
Ora toccava a me: avevo bisogno di sangue. Dovevo assalire il guardiano? No, era troppo vecchio; allora non mi restava che Anna. Mi avvicinai, affondai i denti nel suo collo... all’improvviso però l’immagine di quella donna straziata da un dolore terribile e minata nella ragione mi intenerì il cuore... La lasciai: in fondo col sangue che avevo bevuto potevo sopravvivere qualche settimana, seppi in seguito che dopo la sua dichiarazione alla polizia di essere stata assalita da un vampiro fu rinchiusa in un centro di igiene mentale.
Verso la fine della prima settimana della mia «rinascita», incontrai un avvocato, che mi aiutò a ottenere un certificato di nascita perfettamente legale e la patente. Con una parte delle cospicue ricchezze rimaste sui conti che avevo aperto durante la mia prima esistenza, mi comprai una «Opel Astra» nera, con i vetri scuri. Poiché, nonostante il documento dicesse il contrario, non avevo mai guidato prima, procedevo spesso a zig zag tra gli automobilisti; talvolta qualcuno abbassava il finestrino e mi urlava «Ehi, disgraziata!»; io non mi scomponevo e rispondevo «A’ nonno! Resta a casa se non sai guidare! Non siamo più nell'Ottocento, sai?!»
Al semaforo poi sistematicamente accendevo lo stereo a tutto volume con l’«Arte della fuga” di Bach; quella sì che era musica, non quelle quattro band di ragazzini dai nomi insensati. E... Dio, come si vestiva la gente! Mi sembrava di essere capitata in un mondo costituito da una stessa, odiosissima persona: ragazzine sedicenni (almeno... se poi avevano davvero sedici anni!) con atteggiamenti da vamp; ragazzi con occhiali da sole grossi il triplo dei loro visi (li avevo soprannominati «le mosche») anche se nevicava... non c’era un minimo di decenza! Ma per fortuna che qualcuno di diverso si trovava: erano quelli che venivano chiamati «gente strana»: indossavano vestiti scuri, portavano pettinature eccentriche, avevano mille anelli, collane e catene... mi piacevano! Era un gruppo di dieci persone, che pur seguendo lo stesso stile, erano completamente diverse l’una dall’altra, avevano inventiva e voglia di mostrare com’erano realmente; ognuno di quei dieci esprimeva una propria personalità, non erano nemmeno da paragonare al gregge di pecoroni tutti uguali, che avevo incontrato cento metri prima. Poiché avevo bisogno di nutrirmi ma non riuscivo a trovare la vittima giusta (uno era troppo magro, l’altro troppo grasso, l’altro anemico, l’altro sporco), una sera andai a cena in un ristorante nei pressi del Palazzo Reale. Mentre mangiavo, scoprendo che una fiorentina al sangue era davvero squisita, sentii che nel locale gli avventori non erano contenti della nuova moglie del principe Carlo. Boh, non conoscevo nemmeno la Regina, figuriamoci il figlio Carlo!... Alzai le spalle, ma un attimo dopo realizzai che dovevo informarmi: in fin dei conti adesso quegli illustri sconosciuti erano anche i miei sovrani ... Così, mentre dopo la cena mi sgranchivo le gambe, passo dopo passo arrivai al cancello del palazzo, ma due tipi buffi mi dissero che l’accesso era negato: che scortesi e che ridicoli in quelle uniformi... comunque mi fecero passare la voglia di conoscere la famiglia reale.
Passarono due mesi. Io conducevo una vita da disoccupata, così, un giorno, presi l’auto e mi diressi nello Yorkshire, per rivedere i luoghi dove avevo precedentemente vissuto. Secoli prima la mia famiglia era la più ricca della zona e la nostra casa sorgeva in un immenso prato. Già scioccata dal lungo viaggio, al mio arrivo a Leigh’s Dale, il mio paese d’origine, rimasi sbalordita! Nulla, ripeto, NULLA era cambiato in quel posto. La mia casa si innalzava tra gli alberi alti come palazzi, stagliandosi nell’azzurro del cielo. Presto mi resi però conto che era in uno stato di completo abbandono. Entrai dalla porta sul retro e con un immenso sospiro dissi. «Beh, sono passati centotrentasei anni, ma posso benissimo dire: FINALMENTE A CASA!». Nelle stanze c’erano ancora alcuni mobili, il letto e il camino; il giorno dopo andai in comune per comprare la casa: me la cedettero senza difficoltà e l’impiegato mi disse: «Sa? Lei assomiglia in modo impressionante a Ethel Roswelt, la figlia dei primi proprietari dell’immobile...» Beh, ero IO! Per forza le somigliavo...
Nel giro di una settimana la casa tornò abitabile; mi trasferii lì e ripresi il lavoro che svolgevo il secolo prima: la scrittrice! Avevo nascosto nella mia vita precedente in un cunicolo in cantina alcuni manoscritti; li portai alla casa editrice «Tea»: non mi facevo grandi illusioni, ma tanto valeva provarci... Passarono sei mesi; nel frattempo avevo composto altri libri di una trilogia horror. Mi chiamarono un pomeriggio. DRIINN.. . «Sì, pronto?» dissi alzando il ricevitore. «Signora Rose» fece una voce aldilà del filo. «Signorina, prego!» risposi stizzita e aggiunsi «mi dica...» Mentalmente avevo già mandato quell’imbecille al diavolo... «Sono il responsabile della “Tea”, volevo annunciarle che presto usciranno i suoi libri... Ricorda? Ci ha inviato i manoscritti qualche tempo fa...» Ma certo, la «Tea»... me ne ero proprio dimenticata... Cambiai subito tono, cercando di essere il più gentile possibile: «Come dice? Davvero? Ma è una notizia fantastica!!!...» E i libri uscirono tutti e divennero tutti best- sellers famosi; ebbero una diffusione mondiale e vennero tradotti in quaranta lingue: le vendite superarono settanta milioni di copie...
Ho appena finito l'ultimo libro, che chiude la trilogia horror. Si intitola «Ethel Roswelt allo specchio Ethel Rose» e descrive tutta la mia prima vita, la mia condizione di vampiro e la rinascita. E qui ho scritto un breve anticipo della mia storia.

(Tratto dal romanzo autobiografico di Ethel Rose,
 «Ethel Roswelt allo specchio Ethel Rose»)

 
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