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Stefania Riolo, 2006 Stampa E-mail

 

Premio Corriere Valsesiano

Polvere bianca

«Grazie, Debby, sei un angelo» mi disse Marta, una delle poche vere amiche di scuola; me lo ripeteva spesso e ultimamente me lo diceva perché le avevo presentato Andrea, un ragazzo di quinta che a lei piaceva e che era il mio vicino di casa. Ma quello che Marta non poteva sapere era che io ero davvero un angelo...
Lo avevo scoperto due anni prima attraverso un sogno... Fino a quel momento avevo vissuto un’esistenza normale: avevo frequentato le scuole medie, cercando me stessa come tutti i ragazzi, formando la mia personalità, chiedendomi che cosa volevo per il mio futuro e soprattutto se il mio cuore desiderava Marco o Matteo, le mie prime cotte da dodicenne.
Poi alle superiori, quando ormai credevo di aver trovato la mia strada, una notte feci quel sogno che, come direbbero in molti, mi cambiò la vita, e tutto quello che avevo creduto di essere fino a quel momento incredibilmente svanì...
Lo ricordavo perfettamente e ricordavo anche lo smarrimento profondo che mi aveva provocato, la sensazione strana al risveglio, la chiara consapevolezza di quella nuova realtà...
Quella sera mi ero addormentata prima del solito e subito strane immagini ed emozioni si succedettero: io ero il nulla, il buio, e qualcuno che non vedevo con una voce a me sconosciuta mi rivelò la mia identità...
Quella verità stravolse il mio piccolo mondo già dal mattino successivo. Non avevo superpoteri né ali o qualcosa di diverso nel mio corpo dal punto di vista estetico, non potevo guarire le malattie, ma sapevo di avere un compito molto speciale: dovevo aiutare gli altri e renderli felici. Nel sogno però la voce non mi aveva detto né come né quando né con chi avrei dovuto svolgere quella che sentivo fortemente dentro di me essere la mia missione e io ero piena di dubbi. Spesso guardavo il cielo stellato in cerca di risposte che non arrivavano e mi addormentavo sperando di fare altri sogni che mi aiutassero a capire, ma non accadeva nulla. Forse molti mi avrebbero invidiato se avessero saputo la verità, ma ero io a invidiare gli altri; scherzando spesso si dice «Vorrei essere un angelo», ma esserlo veramente comporta regole precise: non potevo dire a nessuno chi ero, perché sapevo che, se avessi confidato a qualcuno il mio segreto, mi sarei trasformata per sempre in polvere bianca.
In alcuni momenti avrei voluto urlare al mondo intero la mia identità, in altri mi andava bene tacere, perché, mi dicevo, molti non mi avrebbero creduto; talvolta ero triste e il cuore mi batteva forte: quel segreto era più grande di me e mi aveva sconvolto. Poiché dovevo rendere felici gli altri, non potevo piangere alla presenza di qualcuno o sulla sua spalla anche se ne avessi avuto bisogno, anche se spesso ne avevo voglia, perché dalla notte del sogno le mie lacrime brillavano. Riflettevo che essere un angelo non aveva alcun vantaggio: non mi avrebbe allungato la vita né l’avrebbe resa più facile, anzi mi era richiesta una maturità, che non ero certa di possedere. Più volte avevo deciso di infrangere le regole, ma poi scattava dentro di me qualcosa che mi dava la forza di continuare.
Continuavo a chiedermi perché la «voce» avesse scelto proprio me che credevo o forse soltanto speravo nell'esistenza di «qualcosa» o di «qualcuno», e non invece qualcun altro che credeva fermamente in qualche dio e ai miracoli; certo dopo quello che mi era successo anch’io avevo la certezza del Soprannaturale, ma non potevo dire quello che sapevo ed ero costretta a mentire.
Intanto il tempo passava e io trascorrevo le mie giornate come avevo sempre fatto prima del sogno: scuola, casa, pomeriggi noiosi e qualche serata in discoteca.
Un giorno però...
Era finalmente arrivato il momento della gita scolastica, quella che tutti gli alunni aspettano con ansia, il «bello» della scuola... Il nostro istituto quell’anno aveva organizzato una gita a Roma: tre notti in albergo, lontani da casa, MITICO...
Io e Marta eravamo entusiasmate dall’idea di trascorrere tanto tempo insieme; con le altre compagne entrambe non andavamo molto d’accordo: erano troppo diverse da noi... E poi c’erano anche le classi quinte e ci sarebbe stato anche Andrea...
Furono momenti stupendi: giornate dense di arte e nottate di confidenze, chiacchiere, risate...
L’ultima sera con il permesso dei professori andammo in una delle tante discoteche romane; ballavamo in una sala enorme, piena di giovani; c’era anche Andrea; era l’occasione giusta per Marta e per lui.. Mi ero ripromessa di farli affiatare, ma notai presto che il mio intervento non era molto utile: stavano già facendo conoscenza da soli...
Di tanto in tanto lanciavo un’occhiata distratta alla coppia che stava ballando proprio davanti a me; a un certo punto però, nonostante ci fossero molte persone vicino a me, vidi passare dalle mani di Andrea a quelle della mia amica una piccola busta trasparente. Capii subito che si trattava di qualcosa che Marta non avrebbe mai dovuto prendere, ma dal fatto che la sostanza era velocemente sparita nella tasca dei suoi jeans, intuii che le sue intenzioni erano diverse.
Mi alzai dal divanetto dov’ero stata fino ad allora seduta, chiesi a Marta di accompagnarmi per qualche minuto e senza aspettare la sua risposta la presi per mano e la guidai verso la toilette.
– Ma che cosa stai facendo? – le chiesi a bruciapelo non appena la porta si chiuse alle nostre spalle.
– Come? – domandò lei, fingendo di non capire.
– Che cosa stai facendo? Che cosa ti ha passato quello stupido? – ripetei.
– Ma niente... Uff! Mi ha detto che con quella roba ti diverti tutta la sera... perché? – mi rispose.
Adirata più che mai, perché mi sembrava di avere davanti a me un’altra Marta, ben diversa dalla ragazza matura e intelligente che credevo di conoscere, le gridai: – Ti pare corretto quello che fai? Ragiona...–
– Su che cosa devo ragionare? – mi interruppe, guardandomi con un’aria un po’ brilla e il viso sorridente.
– Su te stessa, su quello che fai; sei sempre stata una ragazza con la testa sulle spalle, sei una brava ragazza, perché vuoi cambiare? Tu vali molto! Perché? PERCHE’? – le gridai.
Si mise a ridere. – Ho la testa sulle spalle? Ma che c’entra? E poi per una volta che mi voglio divertire... Dai non fare la moralista... E poi se non lo faccio, quello mi prende per una sfigata... –
Mi guardava con l’aria di una bambina.
Ero delusa da quello che avevo appena sentito; trattenevo le lacrime a stento. Gesticolando più ansiosa che mai, l’apostrofai:
– Stai sbagliando... Una sera può rovinarti la vita. Ci hai pensato, EH?! CI HAI PENSATO?! ... Vuoi morire? –
Iniziò a piangere: il suo viso aveva cambiato espressione, ora mi faceva tenerezza.
– E allora? E se mi rovino la vita? E se muoio? Di me non importa niente a nessuno! Perché non posso farlo? Mia madre se ne è andata, mi ha abbandonato, e mio padre ... te lo raccomando... mio padre trascorre più tempo con la sua convivente che con me... Che ne sai tu di me? Di quello che provo? Di come mi sento? Tu hai una famiglia disposta a tutto per te, tu non sei sola... Il mondo è un vero schifo... Perché devo comportarmi bene se le persone che dovrebbero aiutarmi a crescere mi vivono accanto come se fossi trasparente? lo non dipendo da nessuno... –
Stavo per piangere anch’io, ma per nessuna ragione al mondo avrei dovuto farlo e con coraggio le dissi:
– Fallo per me, allora! Lascia stare quella roba, non ti risolve i problemi... Forse non posso capirti come dici tu, ma io ti voglio bene e non posso permettere che ti rovini ... Se i tuoi non ti apprezzano, non è colpa tua... TU VALI... sono gli altri che non lo capiscono ... E poi tu che hai sempre creduto... –
Mi interruppe come una furia:
– Creduto? Creduto? Creduto in CHE COSA? Creduto in CHI? Se ti interessa, non credo più a niente... a nessuno... Se veramente ci fosse Qualcuno lassù, certe cose al mondo non accadrebbero e forse mia madre non mi avrebbe abbandonato... –
 A quel punto scoppiai in lacrime e le raccontai il mio segreto: volevo rassicurarla, volevo vederla sperare ancora. Non l’avevo mai vista in quello stato... Anche lei a suo modo era un angelo...
Se avesse ritrovato la forza di reagire, il coraggio di vivere, se stessa e le proprie certezze, avrebbe potuto aiutare gli altri di più e meglio di quello che potevo fare io... La mia missione ora era nelle sue mani... in ottime mani...
Quella notte mi trasformai per sempre in polvere bianca.

 
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