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Il mio incontro con lo yeti Stampa E-mail

di Alda Madeo Varvello


Son giù di corda: è inutile nascondermelo. Comincio a colpevolizzarmi fin dal mattino versando nel caffè quelle due, tre, quattro gocce di latte radioattivo. Perché non resisto, perché m’è sempre piaciuta la fantasia di quell’ombra che si spande in mille forme finché si placa dolcemente in un colore sempre diverso. Prima era un propiziarmi la giornata. Adesso, qualsivoglia colore venga fuori da quel brodetto, m’è completamente indifferente.

Come un verme senz’ossa ciondolo in vestaglia per le stanze; vuoto i portacenere; passo nella camera piccola; raccolgo da terra calzini sporchi slip camicia; ispeziono l’armadio: i pullover ci sono tutti, dal rosso al giallino, dal jacquard al celeste. Potevo giurarci. Stasera, quando dolcemente maternamente ipotizzerò a mio figlio una polmonite le sue urla disumane attraverseranno le pareti portando a conoscenza dei condomini tutti la penosa condizione di questo ventenne alto bello ricciuto, che saluta con educazione, cede il passo in ascensore, vittima innocente di una madre isterica. Entro ciabattando nel tempio matrimoniale: il sacro talamo addobbato con pizzi sangalli cuscinetti a cuore – come quello di Rakam – è ridotto a un torciglione immondo. Raccolgo da terra calzini slip camicia; ispeziono i cassetti: mancano le camicie azzurre. Potevo giurarci. Dal giorno che una ragazzetta, per ingraziarsi l’assunzione, gli disse che aveva occhi azzurri favolosi, le camicie azzurre sono sempre le prime ad andare.

Da quando glielo dissi io, da quando me lo disse lui e insieme creammo tre figli con occhi azzurri son passati quarant’anni. Lui non me l’ha più detto e io neanche: mica han cambiato colore. E poi, siam giusti, quando potrei? Materialmente il tempo non c’è. Stasera, dopo le strade di San Francisco, il telegiornale e l’ispettore Derrick sarà belle che addormentato. Glielo dirà domattina, adorante, la nuova segretaria, annusando il suo Denim.

Sento Maddalena, la vicina di pianerottolo, chiudere le quattro mandate di sopra, le due di sotto, inserire l’allarme per la questura, sprofondar giù con l’ascensore, scattante verso la sua Land Rover, la Esselunga, la boutique, l’estetista. E io qui in vestaglia, ciabatte, occhiaie, pelle gialla, punti neri. Incerta tra sapone o detergente, tra doccia o sciacquatina.

Un soprassalto di vergogna mi coglie. No, mi dico, la mia vita è solo mia, devo improvvisarmela non sul colore del caffè, ma come un’avventura, recitarla come su un palcoscenico.

Decido per una bella vascona di schiuma. Ci scivolerò dentro dolcemente come quella malmostosa di Carosello, immaginerò di andare al ballo col principe e poi, chissà… Dopo, tutta rilassata, morbida, profumata, potrà darsi che un’irresistibile spinta vitale mi salga dall’animo, tanto da farmi correre al market prima che chiuda. Mollemente, come in un film, lascio cadere ai miei piedi la vestaglia, la camiciona di flanella, la maglietta della salute, i calzerotti e, nuda come una dea, immergo un piede nella spuma. Squilla il telefono.

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Nuda come una mentecatta corro per le stanze fino allo studio. E’ la voce professionale di Giuliana. “Passa oggi in farmacia; ti devo parlare. E’ urgente”. Piatisco scuse, m’affanno, balbetto. Ma lei, decisa “Alle quattro. Qui”.

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Una volta allacciate le cinture, una volta alzati da terra cosa farebbe una persona normale che è partita con dieci sconosciuti per Nuova Delhi? Socializzerebbe. E invece no. Perché, guardandosi intorno, li vede tutti addormentati. Compresa Giuliana che mi aveva avvertita: “Guarda che il trekking è una cosa seria. Non è come andare su e giù per via Italia a guardare le vetrine. Bisogna dosare le forze. Tu sei sull’orlo di una depressione paurosa, ma ti giuro – e parlo da professionista – che dopo quest’esperienza sarai cambiata da così a così”. E mi svolazza la mano davanti al naso. E mi ripete che il decimo partecipante s’è dovuto ritirare per una colica da cozze. E che il trekking non può andare a pallino per due cozze inquinate. E che ha pensato a me, così estroversa, così disponibile. “Ma per il guardaroba?” dico. “Niente: una sacca con una paio di bermuda, le Timberland, un maglione, un piumotto, le mutandine (ovvio) e basta. Sai – dice pensosa – può darsi che si debba arrivare ai 4000. Dipende…”. “Dipende da cosa? E un vestitino per la cena?”. “Niente, ti dico. Si mangia dove capita. Magari a Nuova Delhi andremo in albergo, sai… una di quelle vecchie residenze di marajà…”.
E’ che Giuliana la conosco: una studiosa, un’asceta, fa yoga, macrobiotica, delle frivolezze se ne sbatte. Comunque, adesso ho su uno chemisierino in seta pura a pois, di quelli che ben accessoriati servono sia per matrimoni che per funerali e mi sento a postissimo. Ma perché dorme? Dovrò star muta per tutta quest’iradiddio di ore sopra le nuvole? Guardo fuori. Bambagia a perdita d’occhio. Che fare? Dormo anch’io.

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Il palazzo del marajà è lì lì per cadere in pezzi. Ma sì, buttiamola sul casual. Giuliana aveva ragione: in fondo s’è fatta il Tibet, la Mongolia, Sumatra, il Borneo, Mosca. Dopo il riso al curry e il curry con lo spezzatino tutti a letto. Partenza all’alba per Charikot. L’aereo sembra giusto quello di Charles Bronson nel film dell’altra sera in televisione. Anche qui tutti dormono. “Che fatiche saranno mai quelle che ci aspettano?”. “Dipende…” fa lei. Atterriamo in un posto che si chiama Buldanda. Saliamo su un pullman. Devono averlo portato qui pari pari dal set di quel film sulla Pietra Verde. Tutti dormono. Per non sentire il rivolgimento degli intestini, penso.
Dopo centinaia di curve caracolliamo su uno spiazzetto. Da baracche e capanne ci assale un’orda di gente bassottella, festosa, imbottita di ricami vivaci. Hanno la faccia un po’ larghetta e gli occhi un po’ strettini. Il sole brucia, tira un’aria che sembra pompata col seltz. I miei compagni scendono agili, pimpanti, sveglissimi. In un battibaleno caricano sulle spalle di questi piccoletti sacche cassette zaini cineprese con tubi da cannone. Una ragazzetta con le treccione s’impossessa della mia sacca e corre via, si accoda alla processione che già sta sgranandosi su per un sentiero. Vedo in alto una collina spelacchiata, ma Giuliana già mi strattona: “Dài, muoviti, stare in coda è pericoloso”. “Dici?”. “E sì, dipende…”. Le dico che pensavo di riposarmi, far due chiacchiere, prendere un tè, osservare il folklore locale. “Macché macché, ti rendi conto che il viaggio comincia adesso? Dài, non far storie, non pensare, non parlare, come ti passa ‘sta depressione, sennò? Vedrai panorami unici, da togliere il fiato”. Se è per questo mi manca già adesso. Avvilita cerco di stare al suo passo. Scivolo, incespico, ma mai perdo di vista il suo ampio sedere che ondeggia cinque metri avanti. Un po’ di cellulite ce l’ha anche lei, però. Dopo minuti ore giornate? Alzo gli occhi e vedo gli omini che, giunti in cima alla collina si buttano di sotto uno alla volta. Gli occhi sempre fissi ai bermuda caki mi ci ritrovo anch’io, finalmente! Adesso, per premio, Giuliana mi lascerà sedere, fumarmi una sigaretta, guardarmi intorno. “Macché macché, lo vedi dove sono gli altri?” I piccoletti stanno scapicollandosi giù per una valletta ripidissima disseminata di enormi massi, già lì dai tempi della creazione, credo. Dal fondo una scaletta di centinaia migliaia di gradini porta a una casona spiaccicata contro un’altra collina. Ci accovacciamo come galline e scivoliamo sull’erba secca. Un prurito atroce mi accompagna. Proprio oggi dovevo mettere le mutandine di pizzo? Giunte la fondo Giuliana, senza indugiare un attimo, fa per attaccare la scaletta tutta formicolante di omini. “Cosa c’è lassù?” dico. “Come, non sai cosa custodiscono in quel monastero? Il preziosissimo cranio di qualcuno vissuto secoli fa”. “E no carissima, se non facevi tanto la misteriosa coi tuoi ‘dipende…’ mi risparmiavo ‘sta scarpinata. T’ho mai raccontato che ai Cappuccini di Palermo ho visto migliaia di crani e cranietti? Alcuni avevano perfino cuffiette di pizzo. E stavo al Jolly con vista mare e granita tutte le sere. Vai vai. Ti aspetto qui, al riparo di questo pietrone. Ci ho pure un male ai piedi…”. Giuliana, sollevata, corre felice incontro al suo cranio.

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Le spalle contro il pietrone, mi slaccio con calma gli scarponi, tolgo le calze e volevo ben dire: una bolla  mostruosa nel calcagno, il callo del mignolo in suppurazione. Sento un soffio dietro il pietrone. Mi volto e vedo emergere due spalle coperte da una pelliccetta da due soldi. Una corona di capelli grigi circonda la pelata bislunga di un tipico cranio nordico. ‘Sti anglosassoni te li ritrovi proprio dappertutto, dalle Falkland a Taormina, stravaganti, senza pace, aristocratici, flemmatici… “Gudbai, mister” esordisco signorilmente “sono scalza, sorri, non posso muovermi. Forse queste Timberland andavano rodate un attimino, che dice? Dovevo almeno passare dal callista. Mah… son qui, mister, in cima al mondo a fasciarmi i piedi e intanto chissà cosa succede laggiù: chissà se al mercatino vendono già la verdura a foglia larga, se al figlio della pettinatrice han tolto le tonsille, cosa è rimasto al macellaio del dito ficcato nel tritacarne, se la nipote della merciaia ha passato l’esame di filologia romanza, se mio figlio ha messo il pullover, se mio marito ha ancora camicie azzurre”. Il lord, dietro di me, rosicchia certi lunghi baccelli neri e sento solo il crepitìo dei semi sputacchiati. Tento lo scambio interpersonale: “Vede, mister, l’ho amato da ragazzina, con passione, tutta la vita. E adesso?” Mi volto lacrimando e non vedo anima viva. Giro intorno al masso. Al posto del nordico col cranio a pera vedo un cerchio di semini neri che racchiude due pozzette profonde. Si direbbero orme di piedi nudi.
Se soltanto non fossero lunghe un bel cinquanta centimetri e più.

 
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