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Tre scrittori per 12 studentesse Stampa E-mail

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Lorenzo Del Boca

presidente nazionale

dell’Ordine dei Giornalisti

Ipsia di Borgosesia, 19 novembre 2007

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E’ svanita la solida semplicità di una volta e ci siamo abituati a pensare con le frasi attorcigliate della televisione. Una lingua più nazionale, certo, ma impervia in alcuni passaggi, forzata nelle costruzioni lessicali e qualche volta, addirittura, tumefatta. Ci comprendiamo meglio? Come giustificare una quantità di chiacchiere che sembrerebbero allineate fra loro, senza un filo logico che le tenga insieme? Nella borsa del bla-bla, a vanvera, il primo posto tocca al “cioè” che vince a mani basse, praticamente senza avversari. Una parolina di per sé insignificante che, nel nostro conversare abituale, é diventato una specie di ponte lanciato nel vuoto fra due idee inesistenti. Una specie di stampella verbale, inventata, nell’inutile sforzo, di sorreggere il nulla. “Ti è piaciuto il film? Si, cioé... mica tanto... però lui é bravissimo cioé fino a un certo punto...” Al posto d’onore “okkey” che ha assunto il ruolo del jolly grammaticale: “Okkey, vengo stasera”, “Una pizza okkey”, “Lei nuota okkey”. L’Italia sembra improvvisamente rimpicciolita e l’italiano non basta più. Per entrare in Europa occorre l’inglese. I capi si sono estinti e alloro posto sono arrivati i leader. Le riunioni sono un evento grossolano: meglio partecipare al meeting. Solo qualche provincialotto accetterebbe di organizzare una festa, perché solo il party risulta davvero chic. I dischi sono stati uccisi dai Compact, le macchine per scrivere hanno ceduto il passo ai computer e le ricevute - anche quelle sanitarie - sono finite nei ticket. Siamo con questo più moderni?
I politici, quando parlano in tv, sono i padroni del “diciamo”: “Per questo problema... diciamo...” e “per quell’altro… diciamo...” E fastidioso ma, certo, meglio prendersi una pausa lessicale con qualche intercalare superfluo, piuttosto che sparare sciocchezze in presa diretta. Meglio riflettere prima di arringare la folla con un: “Come dirò poc’anzi”. Davvero, meglio riflettere prima di inneggiare alla “capacità di apprensione”. Un ministro delle Finanze era sembrato trionfante quando ha sibilato nel microfono del telecronista che aveva “sceso” l’Irpef. E quello della Marina, al varo della nave, con l’umorismo autolesionista di chi non aveva previsto gli effetti tremendi del doppio senso, si era compiaciuto per “essere riuscito a preparare la Fregata degli anni a venire”. I vocaboli hanno perduto l’immediatezza sulle cose. Sono diventati astratti - e per ciò stesso - lontani, qualche volta sfuggenti e, talora, misteriosi. Non sarà che, qualche volta, una frase ridondante è messa lì, a bella posta, per confondere le idee? In economia, quando i soldi non valgono più, comunicano che si è realizzato un “riallineamento monetario”. A militare, all’ordine “riallinearsi”, chi era avanti faceva un passo indietro ma chi era indietro ne faceva uno in avanti. Qui, é comunque indietro: ognuno si trova sempre più povero ma - come dire? - gli sembra meno vero e meno grave se glielo comunicano rassicurandolo che si tratta di un “riaggiustamento della parità”. Le linee - in geometria - sono parallele o convergenti ma a Roma, in Parlamento, si è lungamente teorizzato sulle “convergenze parallele” e se non é chiaro é colpa di chi non capisce. Peraltro i verbali di Montecitorio hanno dovuto registrare il “consenso negativo”, “l’apice della bassezza” e le proteste degli onorevoli per i panini “con salsa Winchester” serviti in un bar che doveva somigliare al saloon di Pecos Bill.
Gli strafalcioni, però sono democratici e non risparmiano nessuno. Il lapsus é sempre lì, in agguato, e ti tramortisce, quando meno te l’aspetti. I ragazzini a scuola e i professori d’Università, i medici e i direttori d’azienda, gli avvocati in udienza pubblica e i magistrati nell’esercizio delle funzioni. Il campionario é vasto. Chi cerca un armadio “a sette stagioni” e chi vorrebbe un forno “a micro-bombe”. Chi chiede il consiglio sull’acquisto di un dopobarba “da uomo”, come se le donne avessero il problema della rasatura e chi si informa sullo sportello della “ricettazione” come se si trattasse di un ufficio a delinquere. I giornalisti, gli errori, li mettono per iscritto. Hanno visto “trecento invalidi, in corsa per un lavoro”. Hanno assicurato che “i giudici revocano lo sciopero” perciò: “Domani si vola”. Hanno consigliato “una mostra di Giorgio Fattori a Modigliani”. E, con minuzia di dettagli, si sono addentrati nei particolari di un incidente avvenuto “sul versante svizzero del Monte Bianco”, costringendo la Francia a stare un poco più in là. Davvero la conversazione serve per comunicare e per capirsi? Un tempo il linguaggio era più immediato, più diretto, più essenziale. Ora sembra che le parole si vergognino di se stesse. Il sordo non é più sordo: é non-audiente; il cieco è non-vedente e lo storpio è disabile. Il gobbo, per ora, resta gobbo ma, alla prossima edizione dello Zingarelli, potrebbe conquistarsi il diritto di essere considerato un non-verticale. Lo spazzino é un “operatore ecologico”, lo straccivendolo un “operatore tessile”, il postino un “operatore d’esercizio” e il muratore ha raggiunto il rango di “operaio edile”. I bidelli sono personale “non docente”, i bambini sono “pre-adolescenti” e la scuola, invece di insegnare, come si é fatto per secoli, é diventata “orientativa”. Via i voti e via anche i giudizi troppo sommari. “Insufficiente” é brutto, suona male ed é persino diseducativo perché, nella sua perentoria drasticità, rischia di fare nascere delle gelosie e delle invidie. Meglio esprimersi con un ragionamento più articolato: “Il giovane denota forti carenze nei ritmi di apprendimento, a causa dei bassi livelli di partenza”. Meglio! Molto meglio! In questo modo, i bocciati non esistono più perché, nella peggiore delle ipotesi, il consiglio di classe deciderà che l’alunno é “non-ammesso” o “non-licenziato”.
L’italiano é diventato un campo di battaglia per rivendicazioni politiche e sociali. La lotta per la conquista del femminile e del plurale é ancora in corso ma le barriere erette in modo forsennato e - ammettiamolo - anche un pò reazionario dal Foscolo e dal Manzoni stanno per essere sfondate. Le donne hanno parità di diritti nella società e perché non dovrebbero averlo nella grammatica?! Amministratore e amministratrice, notaio e notaia, ministro e ministra. "Maitre à penser” resta unisex per non correre il rischio che “maitresse à penser” turbi gli interlocutori, incoraggiandoli in equivoci inopportuni. Il vocabolario deve arrendersi alle pari opportunità. E una violenza sostenere che Marcella, Franca, Maria, Aldo e Carla “sono andati” visto che si tratta di quattro donne e un uomo. La sintassi deve essere rivista in modo che si rispettino le maggioranze. Se ci saranno problemi quando il numero é pari - Marcella e Aldo, per esempio - si vedrà di volta in volta, con un pizzico di discrezione da lasciare all’autore. La dimostrazione che é tempo di rivoluzionare antiche regole ormai superate viene da un documento arrivato fresco fresco dal Senato della Repubblica, da parte di una commissione incaricata di fare qualche cosa che, al momento, non riesco a definire meglio. “Scusateci per non esserci fatti/e vivi/e prima. Speriamo di poter contare sulla vostra comprensione. I primi dieci giorni, abbiamo lavorato sui divani e nei corridoi senza avere a disposizione né una stanza né un telefono. Subito siamo stati/e investiti/e della questione dal Governo...”. E così fino all’esortazione finale: “Fatevi vivi/e perché non avrebbe senso se fossimo solo i/le rappresentanti di noi stessi/e”. Per la legge del compenso, i giovani della generazione rap hanno deciso una semplificazione unilaterale delle procedure grammaticali. Il congiuntivo e il condizionale sono stati aboliti. il futuro è in disuso. Il passato remoto è destinato a sopravvivere sol¬tanto nelle campagne toscane nel triangolo storico Lucca-Firenze-Livorno. Resiste il presente ma chissà per quanto tempo: i giovanissimi ritengono che l’infinito dei vù cumprà sia, in fondo, assai più efficace. Come dissuaderli? In fondo possono citare esempi illustri che, con un lessico barbarico, potrebbero ambire alla presidenza della Repubblica. Antonio Di Pietro, per dirne uno, litigando con la sintassi, azzeccandoci di rado, è fra i personaggi più popolari della seconda Repubblica. Poliziotto poteva fare il Questore, pubblico ministero poteva ottenere il posto da Procuratore, e, infilandosi in politica, mettendosi in proprio, gli tocca un dicastero ministeriale nemmeno di secondo piano. Che c’entrano le parole? Contano i pensieri!

 

Gen. Dario Temperino

presidente del Lions Club Valsesia

Ipsia di Borgosesia, 19 novembre 2007

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Autorità, signori docenti e cari studenti, per la verità sono stato molto sorpreso per l’invito fattomi dalla dottoressa Aldamaria Varvello a rivolgervi questo saluto. Non potevo immaginare, infatti, che le rare pagine datele in lettura avessero suscitato in lei una tale stima da farmi ritenere meritevole di essere qui con voi oggi. Ecco, quindi, che – in questa cornice voluta per stimolare i giovani alla scrittura, nel ricordo di una penna di ben altra sensibilità, qual’era la signora Ava – mi limiterò a dirvi cosa sia per me scrivere.
Credo d’aver voluto, da sempre, esprimere i miei sentimenti su carta. Era come un bisogno fisiologico, quasi la necessità di fermare su di essa fantasie, sensazioni e ricordi, i più disparati, da quelli più intimi a quelli divertenti, un ripercorrere con la mente esperienze umane che valesse la pena rivivere a distanza e, magari condividere con altri. Quando una storia comincia a frullarmi nel più profondo dell’inconscio, avverto l’urgenza a sedermi dietro la scrivania e, man mano che batto sulla tastiera, ecco venir fuori una trama che non sapevo di conoscere, ed essa si popola di personaggi che prendono vita con il riempirsi della pagina, finché – in una sorta di autocompiacimento – scopro d’aver dato vita a fatti e situazioni di cui non avevo precisa coscienza. Non sempre m’è facile tradurre in parole le sensazioni che vorrei esprimere, ma mentre vado di getto la mia priorità rimane la storia. E quante volte sono rimasto senza un epilogo, o perlomeno senza quel finale che sarà poi il definitivo, ma ciò non mi sconforta più, così ne scrivo due o anche tre, ben sapendo che il lavoro è solo all’inizio.
L’inossidabile on. Giulio Andreotti s’è vantato d’aver scritto i suoi libri durante le soste in aeroporto, tra un aereo e l’altro. Per me, invece, l’aver dato vita a una storia è solo il principio del gran lavoro che verrà dopo quando, lasciato sedimentare l’entusiasmo d’aver trovato e creato, riprendo in mano i miei fogli e comincio a lavorare di lima e… di parole. Sì, perché con una parola acconcia puoi rendere esattamente ciò che prima avevi cercato o arzigogolato, sicché i fatti prendono smalto e i tuoi personaggi si trasformano da manichini in esseri reali.  E più rileggi cosa hai scritto, più la ricerca di rendere l’idea si raffina: confesso che talune novelle sono rimaste in gestazione per tempi lunghissimi, ma non me ne vergogno se perfino il Manzoni ha sentito la necessità di riscrivere più volte i suoi “Promessi sposi”.
Cos’altro aggiungere? In un mondo che va di fretta, dominato da televisione e da messaggini sui telefonini, la capacità di soffermarsi e di dedicarsi un libro è ciò che fa la differenza tra chi vive e chi s’è massificato.
Trovate il tempo di leggere, affinate la vostra capacità di espressione concedendovi il piacere di scoprire la raffinatezza di una lingua antica e articolata, capace di rendere le sfumature più sottili quale l’italiano, rifuggite dagli anglicismi di moda, oggi esibiti con spocchia quasi fossero indice di modernità e di cultura, mentre di contro nascondono gravi lacune linguistiche e culturali, soprattutto nei presunti addetti ai lavori. Cimentatevi, infine, senza troppa riverenza, con l’orror vacui d’una pagina bianca, perché – parafrasando Michelangelo – le storie che vorreste raccontare sono tutte dentro di voi e non avete che da tirarle fuori.

Fabio Musati

novellista, vincitore

del Premio Teramo 2007

Ipsia di Borgosesia, 19 novembre 2007

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Libri, libri e ancora libri.
“Bisogna prendere speciali precauzioni contro la malattia dello scrivere, perché è un male pericoloso e contagioso”.  Pietro Abelardo
A volte, quando entro in una libreria ho paura di quell’universo di parole condensato in pochi metri. Libri, libri e ancora libri. Tanto è stato scritto da rendere sciocchi i miei intenti, peraltro molto pigri, di essere autore originale. Neanche c’è il tempo per verificare la presunta originalità, figuriamoci raggiungerla e difenderla! Libri, libri e ancora libri. Tanti, troppi, come se passassimo la nostra vita a leggere. Mi sento soffocare da quell’affollarsi di parole che strepitano dagli scaffali: scivolo sui colori pastello degli Adelphi, poi accarezzo garbatamente le lucide copertine dei Feltrinelli provandone un segreto e torbido piacere, passo il dito sui dorsi bianchi degli Einaudi e dei Rizzoli, evito gli scontati Mondadori, vago tra i sobri muretti dei classici Garzanti, e mi perdo definitivamente tra i blu Sellerio, gli esotici Zanzibar, gli irregolari dell’Iperborea, i Noir della Fazi… un vortice di parole ripetute nei secoli da mille autori in giri di frase sempre diversi, echi distorti di una sola voce. “Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere”. Jorge Luis Borges 

Scrivere.
Chi scrive in realtà? Certo, c’è un’idea, un progetto. I più bravi hanno persino uno schema da seguire e caratterizzano il personaggio già nella mente o si prendono un appunto a parte prima di farlo comparire sulla carta o sullo schermo del computer: è molto alto, magro, longilineo, di età avanzata, il volto scarno è bianco come il latte, il naso aquilino, le labbra rosse come due ciliegie, è lento e metodico. Cose così, alcuni dettagli fisici, le sue abitudini, il linguaggio che usa. Poi però anche il più bravo comincia a scrivere la sua storia e lì cambia tutto. Il personaggio si mette a fare cose non previste: si cala dalle finestre come una lucertola, le sue guance diventano rosso sangue, dimostra una forza che il suo fisico non avrebbe lasciato immaginare e l’autore ne è soggiogato.
“I veri scrittori incontrano i loro personaggi solo dopo averli creati”. Elias Canetti
Libri, libri e ancora libri.
Chi scrive in realtà? Chi è alla guida di quella macchina automatica che si mette in movimento nel cervello e che allinea parole che subito diventano persone, luoghi, fatti?  Da quando uso gli occhiali sia per scrivere che per leggere, ho l’impressione di calarmi in un liquido più limpido, dove le parole appaiono chiare e immediate, mentre sopra di me il mondo continua il suo torbido movimento. Inspiro, inforco gli occhiali e mi immergo dentro le parole. Quando scrivo uso un linguaggio diverso e non perché lo cerchi. Arriva senza che lo pensi, comandato da zone del cervello che io non controllo. Io. Io chi? Quello che parla o quello che scrive? Se rileggo un mio racconto dopo mesi, me ne meraviglio, quasi non ne ho memoria. Sembra scritto da un altro. Forse l’ha scritto un altro. Uno più bravo, più coraggioso, più audace. Più scrittore di quanto io non sia.
“La gente che non scrive ha un vantaggio: non si compromette”.  Wolfgang Goethe
Libri, libri e ancora libri.   
Meglio sarebbe vivere, invece di perdere tempo a raccontare la vita di personaggi inventati che piano piano finiscono per impadronirsi di noi, dei nostri sogni, delle nostre paure, dei nostri incubi. Ci si ritrova nudi e tremanti su di pagina bianca, mentre qualcuno sta sfogliando il nostro libro. Quando ce ne accorgiamo è troppo tardi. Una goccia del nostro sangue è sulle labbra del lugubre personaggio che ci sta leggendo.

Libri, libri e ancora libri.
"E' impossibile scrivere in pace se quello che si scrive vale qualcosa”. Charles Bukowski

 
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