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Erika Cimberio, 2007 Stampa E-mail

 

Premio Ava

 

Il coraggio di reagire

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E di nuovo si svegliò in piena notte, come le succedeva ormai ogni notte da tre mesi a quella parte. Da quel giorno Heater non riusciva più a parlare di niente con nessuno; più il tempo passava e più la ragazza si chiudeva in se stessa. Ma la vera Heater non era così.
Aveva diciassette anni, era alta, bionda con gli occhi chiari; frequentava la terza liceo linguistico e aveva scelto quella scuola, perché voleva imparare le lingue per viaggiare e andare a conoscere il mondo. Era amata da tutti, era piena di gioia di vivere e di allegria, ma da quel giorno era diventata un’altra.
Come prima,  genitori e amici le stavano accanto e cercavano inutilmente di capire che cosa le fosse accaduto per cambiarla così. Non mangiava quasi più e dimagriva a vista d’occhio;  rimaneva ore rinchiusa nella sua camera e ne usciva solo per andare a scuola o in chiesa.
Prima di quel giorno quotidianamente leggeva il giornale, che suo padre comprava, e si interessava soprattutto dei fatti di cronaca nera, ma mai e poi mai avrebbe sospettato che potesse accadere proprio a lei qualcosa di terribile.
Eppure proprio lei tre mesi prima era stata violentata da un ragazzo di cui avrebbe preferito non conoscere il nome, che avrebbe voluto conoscere solo di vista, perché magari, quando la domenica usciva dalla chiesa per percorrere i pochi metri che la separavano dalla sua casa, lui era sempre dall’altro lato della strada: appoggiato al suo macchinone nero, la fissava con insistenza, attraverso il fumo dell’immancabile sigaretta. Sarebbe stato comunque terribile, ma non fino a quel punto; quella realtà non la poteva proprio accettare. Ecco, Heater  non poteva dimenticare quel viso e quell’espressione; per tutta la vita avrebbe portato dentro di sé quello sguardo freddo e sconosciuto…

Tutto era cominciato tre mesi prima: Heater era stata invitata a una festa di fine anno scolastico; ogni ragazza aveva un cavaliere che l’accompagnava al ballo, il suo era il suo migliore amico, quello più fidato, quello che era cresciuto con lei, quello con cui aveva un rapporto speciale.
Lui era un ragazzo di diciannove anni, alto, ben piazzato, con i capelli e gli occhi scuri; anche lui come Heater era solare, sapeva far divertire le persone che gli stavano accanto; lavorava in una fabbrica per la costruzione di impalcature.
Quella sera, all’ora stabilita si presentarono insieme al ballo; trascorsero ore a scatenarsi insieme sulla pista, a ridere e a scherzare… Poi, a un certo punto, lui le disse di aver lasciato il telefonino in macchina e le chiese di accompagnarlo a prenderlo. Heater ovviamente accettò. Percorsero il tragitto fino al parcheggio sottobraccio, chiacchierando allegramente. Mentre l’auto, un macchinone nero piuttosto lungo e lucido, proprio bello, già si profilava sotto la luce lunare, Heater alzò gli occhi al cielo: era una serata meravigliosa, piena di stelle luminose, con un venticello leggero e abbastanza caldo, tipico dell’inizio dell’estate; la ragazza era perfettamente a suo agio.
Lui aprì le portiere e il baule, e tirò giù i sedili dietro. Heater, sempre sorridendo, gli chiese più volte che cosa stesse facendo, ma non ebbe risposta. Improvvisò qualche battuta scherzosa, ma la sua voce suonava falsa in quell’irreale silenzio. Fu allora che la ragazza cominciò a preoccuparsi e a sentirsi inspiegabilmente inquieta; gli disse che sarebbe tornata alla festa e che lo avrebbe aspettato dentro, perché aveva freddo; ma a questa affermazione lui rispose con un “No!” secco e deciso. La paura si impossessò di lei: non lo aveva mai sentito parlare con quel tono! Prima che potesse prendere una qualsiasi decisione, lui uscì dall’auto, la guardò dritta nei suoi splendidi occhi azzurri e senza dire una parola l’afferrò e la gettò sui sedili posteriori, facendole male. Poi le strappò il vestito, quel vestito che la sua mamma le aveva confezionato con cura appositamente per il ballo; mentre le lacrime le rigavano il viso, il suo pensiero si concentrò assurdamente proprio sull’abito da “principessa”, color rosa confetto, con il corpetto abbastanza stretto, il copri- spalle e la gonna lunga e larga, fatta con un tessuto molto pregiato.
Lui si mise al volante, viaggiarono più di mezzora; Heater avrebbe voluto parlare, fargli domande, reagire, ma non poteva, perché lui le aveva chiuso la bocca con del nastro adesivo e le aveva legato mani e piedi. Così continuava a piangere; aveva davvero tanta paura, forse non ne aveva mai avuta tanta in vita sua!
A un tratto l’auto ebbe un sobbalzò e poi si fermò; era talmente buio che non poteva vedere il luogo in cui lui l’aveva portata, riusciva a intravedere dal finestrino soltanto le sagome di molti alberi alti.
L’”amico” passò sui sedili posteriori accanto a lei, chiuse la macchina in modo che Heater non potesse fuggire, poi, con un colpo violento e deciso, le tolse il nastro adesivo che le chiudeva la bocca. La ragazza continuava a piangere. Lui cominciò a baciarla e a toccarla ovunque. Le mani le erano state legate in modo che lui avesse libero accesso al corpo di lei. Le tolse con forza ciò che restava del vestito e Heater  in un attimo si trovò completamente nuda. Ritrovò finalmente la voce: urlava, piangeva e tremava, ma non riusciva a muoversi. Lui cominciò a sbottonarsi la camicia, poi si slacciò i pantaloni, spogliandosi infine freneticamente di tutto ciò che aveva addosso. Fu su di lei e con la forza ottenne quello che Heater spontaneamente non gli avrebbe mai dato. Continuò a lungo ad abusare di lei, poi, all’improvviso si fermò, si rivestì in fretta, la coprì in qualche modo e, senza scendere dall’auto passò al posto di guida. Accese il motore e senza una parola la riportò a casa. Prima che Heater scendesse dall’auto, lui le impose di non parlare con nessuno dell’accaduto, perché se l’avesse fatto le sarebbe accaduto “qualcosa di molto spiacevole”.
Sbattendo la portiera, Heater corse via, lontana da lui, lontana da quell’incubo. Quando fu in camera sua, diede libero sfogo al dolore.
 
E anche quella notte si era svegliata  di soprassalto…
Come lui le aveva imposto, non aveva raccontato nulla a nessuno, ma quel segreto l’opprimeva e spegneva la sua voglia di vivere.
Quella notte però scattò qualcosa in lei: all’improvviso sentì crescere dentro una ribellione più forte del dolore; per la prima volta a tre mesi dall’accaduto razionalizzò che non poteva e che non doveva tacere. Fin da piccola le era stato insegnato il senso della giustizia e adesso quel senso di giustizia le imponeva di reagire, di smettere di lasciarsi vivere per riprendere tra le mani la sua vita.  
Così parlò: con i genitori, con gli amici, con la polizia. Non fu facile affrontare gli sguardi della gente, sostenere il confronto con lui, ripetere i dettagli del suo incubo.
Quando però un mattino lesse sul giornale la notizia della condanna di lui e sul suo viso scesero ancora una volta le lacrime, sentì che finalmente domani sarebbe stato davvero un nuovo giorno.

 
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